Michela Murgia.
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Noi siamo tempesta.
Storie senza eroe che hanno cambiato il mondo. 2019.
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2019. Adriano Salani Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Ma davvero sono i singoli a fare la differenza nella storia? No, dice Michela Murgia in questo suo ultimo lavoro. Dove, tra fiction e realt, la morale
 una sola: si lotta e si vince in team. Un esempio? Rileggetevi come fu fondata Wikipedia - Robinson.
L'unione fa la forza o chi fa da s fa per tre? La realt non lascia dubbi: le cose che contano le abbiamo sempre fatte insieme, ma la letteratura continua
a restituirci la trama di una massa umana scolorita da cui spiccano solo i singoli eroi.
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Sventurata  la terra che ha bisogno di eroi, scriveva Bertolt Brecht, ma  difficile credere che avesse ragione se poi le storie degli eroi sono le prime
che sentiamo da bambini, le sole che studiamo da ragazzi e le uniche che ci ispirano da adulti. La figura del campione solitario  esaltante, ma non appartiene
alla nostra norma:  l'eccezione. La vita quotidiana  fatta invece di imprese mirabili compiute da persone del tutto comuni che hanno saputo mettersi
insieme e fidarsi le une delle altre.
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 cos che  nata Wikipedia, che  stato svelato il codice segreto dei nazisti in guerra e che la lotta al razzismo  entrata in tutte le case di chi nel 68 guardava le Olimpiadi. Michela Murgia ha scelto sedici avventure collettive famosissime o del tutto sconosciute e le ha raccontate come imprese corali, perch l'eroismo  la strada di pochi, ma la collaborazione creativa  un superpotere che appartiene a tutti. Una tempesta alla fine sono solo milioni di gocce d'acqua, ma col giusto vento.
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L'Autrice.
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Michela Murgia  nata a Cabras. Tradotta in tutto il mondo, ha esordito con Il mondo deve sapere, che ha ispirato il film di Paolo Virz Tutta la vita davanti, e ha scritto, tra le altre cose, il romanzo Accabadora (Premio Campiello 2010) e il pamphlet Istruzioni per diventare fascisti (2018). Autrice per il teatro, voce televisiva e radiofonica,  molto attiva sui social network, dove interviene sull'attualit politica e sociale.
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Fatti e persone sono realmente esistiti, tutto ci che non  documentato  frutto della creativit dell'Autrice.
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INTRODUZIONE.
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Le librerie e gli schermi grandi e piccoli della nostra infanzia sono pieni di storie, ma queste storie, a guardarle da vicino, si somigliano un pochino tutte. La stragrande maggioranza racconta la vicenda di un eroe solitario con un destino glorioso, spesso abbandonato da chi doveva accudirlo (come Pollicino e Mos)
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Su questi eroi abbiamo sognato tutti e tutte e spesso ci sono apparsi speciali perch dotati di talenti o poteri unici grazie ai quali avrebbero salvato se stessi o il mondo. Erano eroi con poche amicizie che restavano sempre gregarie, affiancandosi ma mai intaccando il loro speciale compito eroico. Le battaglie che affrontavano si svolgevano in un mondo descritto come difficile e ostile, pieno di pericoli e nemici. Vite non per tutti, quelle degli eroi. Avventure per persone speciali. Supereroi, creature con un destino unico che erano facili da ammirare, ma impossibili da imitare.
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Queste storie vengono considerate educative e per molti versi lo sono, ma a cosa educano con esattezza? Il messaggio sottinteso  che siano l'x factor, l'eccellenza individuale, il talento raro di singole persone a fare la differenza davanti alle sfide del mondo.  davvero cos? Alcune volte s, ma la statistica insegna che la storia si fa esattamente in modo inverso: nella stragrande maggioranza dei casi non sono i geni solitari a cambiarla, ma il lavoro di squadra e la condivisione dei percorsi. Che cosa implica insegnare ai bambini e ai ragazzi che il mondo va letto solo dentro la cornice dell'eroismo solitario? Immedesimarsi in quel modello di personaggio che valori radica, che modalit d'azione sviluppa, che sguardo sulla realt educa?
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Le caratteristiche di queste storie sono sempre le medesime: nove volte su dieci l'eroe  maschio, non gli manca mai il nemico, il modello di risoluzione dominante  bellico e la gloria del vincitore si ottiene al prezzo dell'annichilimento dei vinti. Dentro questa tipologia di storie si cresce pi competitivi che collaborativi, pi guardinghi che fiduciosi, pi rivendicativi che riconoscenti. Si cresce psicologicamente predisposti a difendersi. E se a cambiare fossero le storie che ci insegnano da bambini? Se anzich farli addormentare sognandosi soli contro il mondo e l'uno contro l'altro dessimo loro avventure dove diventare potenti insieme?
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Le storie di questo libro sono tutte vere e allo stesso tempo tutte inventate. Sono vere perch le imprese meravigliose di cui parla sono accadute sul serio e succedono ogni giorno di continuo. Sono inventate perch quasi nessuno le racconta, come non fosse importante tramandarci le storie che ci hanno visti protagonisti insieme, senza eroi a cui dare il compito di essere migliori di noi. Mi sono presa la libert di immaginare dialoghi, azioni e talvolta anche personaggi e per questo i racconti non sono proprio fedeli alla cronaca, ma non importa: sono fedeli alla vita, che ha un'armonia sempre corale.
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TUTTO IL SAPERE DEL MONDO.
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NOI DOBBIAMO SOLO COSTRUIRE L'ALVEARE, LARRY, LE API ARRIVERANNO.
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Te lo avevo detto che era un'idea pessima, Jimmy. Dovevi ascoltarmi!
Veramente non mi ricordo che ti sembrasse cos brutta, dato che mi hai pregato di metterci i soldi.
 cos che si fa impresa, ma questa cosa dell'enciclopedia libera e gratis non mi ha mai convinto. Infatti vedi, non se la fila nessuno!
Dai, Larry, proprio nessuno no...
Ventiquattro definizioni in tre anni, Jimmy! Fanno pi movimento i ragazzini del mio palazzo quando si scambiano le figurine.  un fallimento, prendiamone atto.
Figurati se ho problemi ad ammettere un fallimento,  dai fallimenti che mi sono venute le idee migliori. Ma stavolta ti sbagli: continuo a credere che l'idea iniziale fosse buona. Prendi la neutralit delle voci, per esempio. Non ce l'ha nessuna enciclopedia, perch tutte le definizioni sono fatte da un solo esperto. Invece le nostre sono frutto di sette passaggi, sono affidabili!
Che importanza ha che siano affidabili se non le guarda nessuno e sono cos poche? Dovevamo dominare il web e invece stiamo perdendo i soldi e il tempo. Questa cosa a casa mia si chiama fallimento per volergli bene, altrimenti il nome  D I S A S T R O.
Certo che quando vuoi essere distruttivo sei veramente uno schiacciasassi, Larry, te l'ho mai detto? Adesso per ammettiamo pure che tu abbia ragione. Che cosa suggerisci? Buttiamo a mare tutto cos? Ci sar qualcosa da salvare in quest'idea, oppure no?
Adesso sono troppo deluso, mi viene in mente solo che la comunit di esperti era comunque una buona idea. Il codice aperto, tutti che possono modificare le voci a titolo volontario... continua a sembrarmi una cosa interessante. Ma  proprio quello che non ha funzionato,  evidente.
Non lo so, forse il problema  un altro e stiamo guardando dalla parte sbagliata.
Ci puoi contare, abbiamo guardato la luna, abbiamo sognato troppo in grande. Dovevamo fare l'enciclopedia libera e aperta che doveva racchiudere tutto il sapere del mondo e invece siamo finiti in una stanza chiusa a parlarci tra scienziati puntigliosi.
Tutto il sapere del mondo...
Esatto. Pensa che arroganza abbiamo avuto.
Tutto il sapere del mondo! Ma  geniale! Perch non ci ho pensato io? Dannazione, Larry, sei un maledetto genio! Il sapere del mondo  il sapere del mondo!
...  quello che ho appena detto. Cosa ci vedi di geniale?
Ma non capisci? Non dobbiamo aprire il codice agli esperti, dobbiamo aprirlo al mondo. A chiunque!
 aperto a chiunque. I compilatori delle voci lo modificano quando gli pare.
No, Larry, ecco dove non stavamo guardando: la compilazione delle voci deve essere aperta a tutti, non solo agli esperti!
Non sono sicuro di aver capito. Intendi che pu modificarlo il primo che passa?
Esatto. Il primo che passa.
Ma sei fuori di testa? Ti pare che adesso facciamo scrivere la definizione della teoria dell'etere di Lorentz a un pinco pallino?
E invece s. Se la sa, che la scriva. Se  sbagliata, altri la correggeranno.
Ma ti rendi conto di cosa stai dicendo? Ogni matto della rete verr a scrivere tutto quello che gli passa per la testa.  un bar di ubriachi l'internet, mica un consesso di enciclopedici. Dove va a finire l'attendibilit della voce, l'autorevolezza del sapere?
Va a finire in mano a tutti. Pensaci. Tutti possono scrivere, ma tutti possono controllare l'esattezza della scrittura. Il metodo scientifico funziona cos: tu pensi di avere una intuizione, la sottoponi a esperimenti e poi il risultato va sulle riviste, dove chiunque legge la tua teoria e se ha gli strumenti e fa esperimenti diversi pu confutarla, anche l'ultimo studente di fisica o chimica.
S, ma a quale titolo? Come faccio a sapere chi ha ragione?
Le fonti, Larry! Rendiamo obbligatorie le citazioni delle fonti e se una voce non ne ha diciamo questa voce non ha fonte' oppure questa voce non  neutrale'. Cos chi legge sa che quello che sta leggendo va preso con le pinze.
Voci false, definizioni scorrette, tutti i mitomani del pianeta a scrivere stupidaggini...  una responsabilit enorme. Io non me la voglio prendere.
 questo il punto: non sei tu che te la devi prendere. La devi condividere. Wikipedia deve diventare una comunit del sapere, non un'enciclopedia. Devi immaginartela come un immenso alveare dove le api vanno e vengono e ciascuna porta il polline nella sua celletta. Noi dobbiamo solo costruire l'alveare, Larry, le api arriveranno.
La nostra Wikipedia in mano a chiunque...
Vedi dove abbiamo sbagliato? Finch rimane la nostra e basta non pu essere l'enciclopedia che vogliamo. Deve diventare di tutti.
A volte mi chiedo se sei un genio, Jimmy, o un folle assoluto. Non so perch continuo a darti retta.
Sai benissimo che sono un genio, sono il tuo amico mica per niente. Mi sembra gi di vederle, quelle api. Si chiameranno wikipediani e saranno migliaia, una enorme squadra di protezione delle regole di stesura delle voci. Chiunque provi a usare il codice per scrivere qualcosa di falso o non neutrale far scattare il loro intervento.
Ti fidi troppo della gente, Jimmy. Dai per scontato che gli esseri umani messi insieme alla fine faranno la cosa giusta e non quella sbagliata.
Non mi prendi in giro con questo cinismo, Larry: se anche tu non fossi ottimista sulla specie umana avresti investito in un'azienda di lucchetti, mica su un'enciclopedia!


WIKIPEDIA

WORLD WIDE WEB 15 GENNAIO 2001
Wikipedia  considerata tra i dieci momenti pi importanti della storia di internet, ma l'intuizione su cui si fonda  semplice quanto antica: la conoscenza  un bene primario e va messa a disposizione di tutti gratuitamente. I due fondatori - Larry Sanger e Jimmy Wales - inizialmente si posero il problema di come poter certificare l'affidabilit di quella conoscenza libera e pensarono di averlo risolto affidando la stesura delle voci a dei super esperti. Questo esperimento aveva il nome di Nupedia. La soluzione si rivel per fallimentare, perch apriva la consultazione ma riservava la compilazione, senza rompere davvero la struttura piramidale della conoscenza, che da sempre vede i sapienti in cima e in basso i fruitori di quel sapere. In tre anni quei super esperti avevano creato solo ventiquattro voci. Stavano per rinunciare al progetto, ma Jimmy ebbe l'intuizione di aprire a tutti la possibilit di creare le voci attraverso un semplice sistema di formattazione che oggi conosciamo come Wiki. Gli esperti, indignati per quella scelta, rinunciarono al progetto e fu la fortuna di Wikipedia. Dopo solo un anno di vita quel sistema aveva generato quasi ventimila voci e diciotto lingue di compilazione, rendendo evidente a tutti che il sapere non  solo qualcosa che si consulta insieme, ma anche qualcosa che insieme si fa.
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PRIMO SECONDO TERZO.
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TOMMIE SMITH.
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Ho vinto. Sono stato il pi veloce. Tra pochi minuti attraverser il tunnel dello stadio e sul podio mi daranno la medaglia d'oro perch ho corso come uno sparo di fucile nel vento. Vi hanno mai rincorso? Sul serio dico, non per giocare, proprio rincorrervi per prendervi e farvi qualcosa che non avreste mai voluto. A me  successo e ho imparato una cosa: fino a quando non arriva quel momento tu credi di saper correre, credi che le tue gambe siano forti e il tuo fiato lungo, ma non  vero. Se corri per correre e basta, i tuoi gesti sono solo movimenti, una falcata dietro l'altra, magari anche molto rapida, ma  meccanica umana, pu farlo chiunque. Se corri per correre e basta, la velocit dipende da quanto pesi, da quanto sei allenato, da quanto hai bevuto e cosa hai mangiato, da che scarpe porti e da quanto stai bene nel tuo corpo. Si corre cos per non perdere l'autobus, per dimagrire, per sentire i muscoli sciogliersi nel movimento ed  bellissimo, ma io oggi non ho corso cos. L'ho fatto come quando avevo undici anni, giocavo con i miei amici e sono entrato in un vicolo per recuperare il pallone che ci si era infilato. C'erano tre ragazzi bianchi pi grandi di me che fumavano e quando mi hanno visto si sono alzati. Uno ha preso il pallone sottobraccio e ha detto Negro, grazie di averci regalato il pallone. Non ve l'ho regalato, dissi,  entrato per sbaglio, ma  mio. Hai un pallone, negro? Non ce l'ho io e ce lo hai tu, un pallone tutto tuo? Da quando i negri hanno qualcosa che i bianchi non hanno? L'avrai preso di certo a qualcuno, quindi io adesso lo prendo a te. Forse ho detto che me lo aveva regalato mio nonno, non ricordo pi bene. Ricordo invece che sono venuti verso di me dicendo Divertiamoci un po' col negretto e io l'avevo gi visto altre volte come si divertivano i ragazzi bianchi con quelli neri. Ero solo, non avevo scampo, nessuno mi avrebbe difeso. Mi sono sentito invadere da un'energia mai sentita prima, che era insieme paura e coraggio, ed  stato l che ho iniziato davvero a correre. Le gambe si sono mosse senza che dovessi pensarci, il fiato  arrivato tutto in una volta e sono fuggito via cos veloce che non mi sono fermato nemmeno dove i miei amici aspettavano il pallone. Ho corso dritto fino a casa per quattro isolati e mi sono fermato solo con la porta alle spalle, col cuore in gola, senza pi aria nei polmoni e tutto il corpo che mi faceva male, ma non mi importava. Da quel momento ogni volta che nella vita ho corso sono arrivato primo. Anche oggi sono stato il pi veloce di tutti, ma il mio traguardo non erano i duecento metri. Tra pochi minuti dal gradino pi alto del podio io sollever il pugno chiuso al cielo e con un guanto nero far vedere in Mondovisione che tutti gli esseri umani sono uguali e nessuno ha il diritto di considerare qualcun altro inferiore perch la sua pelle  di un altro colore. Lo diciamo da secoli, lo ha ripetuto il reverendo King prima che lo assassinassero sei mesi fa e ora comincia a dirlo persino qualche politico bianco. Oggi tutto il mondo ci sta osservando e lo ripeteremo anche noi. I pugni alzati saranno due come due sono i guanti, uno per me e uno per John: lo faremo insieme, ma non saremo soli. Accanto a noi c' un australiano,  arrivato secondo approfittando di un rallentamento, ma io credo che niente succeda per caso; lui si chiama Peter ed  un uomo sorprendente. Non l'avevo notato mai nemmeno negli allenamenti, ma quando l'ho guardato negli occhi poco fa e gli ho chiesto se crede in Dio mi ha detto: Dammi la spilla della vostra organizzazione, io sono con voi. No, non sono pi il bambino nel vicolo che  fuggito perch accanto non c'era nessuno a difenderlo. Oggi siamo in tre ad aver corso per gioco, perch nessuno debba mai pi correre per salvarsi.
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PETER NORMAN.
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Sar che ci fanno correre uno contro l'altro, ma nell'atletica non ci sono molte amicizie tra gli sportivi. Ecco perch appena li ho visti ho capito subito che John e Tommie erano qualcosa di pi che corridori con la stessa maglia. Questi due hanno qualcosa da dividere anche fuori dalla pista, credo siano amici sul serio. Li invidio un po', perch sono sempre stato timido, non faccio amicizia con facilit. Ho scelto di correre, ma alla fine  un modo per lasciarsi indietro tutti quanti. Loro per non corrono per questo. Li avevo osservati gi in allenamento, ma oggi ai blocchi di partenza si sono scambiati uno sguardo che sembrava un patto e ho intuito che volevano vincere insieme. Non avevo mai pensato che si potesse vincere con qualcuno invece che contro qualcuno, e per la prima volta in vita mia ho desiderato con tutte le mie forze non arrivare a una vittoria da solo, ma con qualcuno: con loro. Ho corso pi forte che in tutta la mia carriera, anche se sapevo di non avere molte possibilit: erano stati fortissimi nelle qualificazioni. Ma erano solo due e sul podio di vincitori ce ne stanno tre. Forse potevo sperare di arrivare terzo tra quei due che volavano come schegge. The Jet lo chiamano, Tommie Smith, e non c' davvero nulla di pi veloce a cui potrei paragonarlo, ma anche John  uno di quelli che ti fanno mangiare la polvere. Mi ero preparato psicologicamente a correre guardando le schiene di entrambi, ma non  andata proprio cos: durante la gara a un certo punto  successo qualcosa che mi ha giocato a favore. Non so cosa  successo a John Carlos, forse  solo partito troppo veloce e ha bruciato le energie dello sprint. L'ho visto rallentare la falcata per un solo attimo, ma era il mio attimo, e io ho capito che potevo spingere di pi. Cos sono arrivato secondo tra loro due e mentre lo stadio esultava ho pensato che ero proprio dove avrei voluto essere. Purtroppo quella sensazione  durata un istante solo, perch poi li ho guardati - simili nella pelle e nello sguardo - e mi sono sentito un punto di domanda bianco tra due punti esclamativi neri, qualcosa di infiltrato che non doveva essere l. Nello spogliatoio  stato peggio ancora. Loro non pensavano gi pi alla vittoria, erano gi qualcosa di diverso dai due corridori contro cui avevo corso pochi minuti prima. Si sono tolti le scarpe, John si  infilato una collana di pietre ed entrambi hanno indossato una spilla con un simbolo. L'ho riconosciuto:  quello del Progetto Olimpico per i Diritti Umani. Ecco cosa sono: attivisti per i diritti dei neri! E io che cosa sono? Non lo so, so soltanto che questa era la mia gara, ma quella lotta appartiene soltanto a loro. Io non sono niente per questi due uomini. Prima di entrare nello spogliatoio non avevamo nemmeno mai parlato. Non so perch hanno deciso di dirmi cosa stavano per fare, ma si sono fidati e io mi sono sentito parte di qualcosa come non mi era mai accaduto prima. Ne hai un'altra di quelle spille?', gli ho chiesto con una voce che non sembrava nemmeno la mia. Tommie me l'ha data e io l'ho messa su anche se so che ora saranno guai, perch forse non so cosa pu fare il mondo a due neri che lottano per i neri, ma so benissimo cosa pu succedere a un bianco che li aiuta.
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JOHN CARLOS.
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Non potevo crederci, eppure  cos: ho dimenticato in camera i guanti neri prima di venire alla gara. Come  stato possibile? All'inizio mi sono dato dello stupido e mi sono chiesto perch li avessi scordati, ma conosco benissimo il perch. La verit  che avevo paura di fare quel gesto, perch so che dopo nessuno di noi due correr mai pi una gara. Non importa quanto veloci siamo stati o quante medaglie potremmo vincere: appena io e Tommie scenderemo da quel podio ci cacceranno e forse ci arresteranno persino, perch per molte persone negli Stati Uniti noi non siamo attivisti, ma sovversivi. In apparenza c' una lotta dei neri che gli va bene:  quella mite che proclama la non violenza come quella del pastore Martin Luther King, ma anche il pastore  stato assassinato, perch la verit  che nessuna lotta che cerchi l'uguaglianza con i bianchi  veramente ben vista. Siamo neri e i neri in questo mondo hanno dovuto sempre abbassare la testa, anche quelli che corrono pi veloci di tutti. Cos, durante quei duecento metri di pura adrenalina, io non ho pensato al traguardo, ma a cosa sarebbe accaduto se avessimo vinto e fossimo saliti sul podio a fare quello che avevamo deciso davanti agli occhi di tutto il mondo.  stato quel pensiero a rompermi la concentrazione.  bastato un attimo e mi ha superato quel bianco velocissimo, l'australiano che si chiama Peter, che tra pochi minuti ricever la medaglia che doveva essere mia. Appena ho capito che sarebbe stato lui a salire sul podio insieme a noi, un bianco tra due neri, mi  venuta su una strana risata e ho pensato Se solo questo qui sapesse che scena stiamo preparando!' Tommie invece non solo non ha riso, ma ha detto: diciamoglielo. Gli ho chiesto perch. In fondo non lo riguarda, non importa cosa fa o non fa lui,  la nostra battaglia, non la sua. Ma Tommie ha insistito: siamo sul podio con lui, non possiamo non dirglielo. E se non capisce? E se  un razzista e ci denuncia? Non mi sembra un razzista, mi pare una brava persona. S, ho pensato, c' anche qualcuno tra i bianchi che non  razzista, ma non fa mai una bella fine, hai visto come hanno ammazzato Bobby Kennedy. Insomma, io non avrei voluto. Bastavamo noi due. Ma Tommie quando si mette in testa una cosa non sente ragioni, ha l'animo del predicatore, deve sempre fare discepoli. Si  parato davanti a Peter, gli ha messo una mano sulla spalla e fissandolo gli ha detto Tu credi in Dio? Credi che tutti gli uomini siano stati creati uguali?' Peter ha annuito, ho capito che  cristiano, ma poi ha mormorato qualcosa e allora ho visto Tommie esitare, come se riflettesse. Si  chinato sullo zaino, ha tirato fuori una spilla del Progetto Olimpico per i Diritti Umani e gliel'ha data. La nostra spilla, a un bianco! Quell'uomo, Peter, se l' appuntata sulla tuta e ha sorriso, un sorriso timido che me lo ha reso pi simpatico di una risata. Adesso mancano pochi minuti e lui  qui tra di noi, in piedi, in attesa che l'altoparlante annunci la nostra premiazione e la porta dello spogliatoio venga aperta per farci andare al podio. Ho paura, ma molto meno di prima. Apriti, dannazione! Non vedo l'ora di dire al mondo che le cose stanno cambiando!
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Italia. PREMIAZIONE OLIMPICA 200 METRI PIANI.
CITT DEL MESSICO 16 OTTOBRE 1968.
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Gli Stati Uniti vengono da una storia di schiavismo che comincia nel 1600 e si interrompe solo con la guerra di secessione nel 1865. Ci sono voluti per pi di altri cento anni perch agli afroamericani fossero riconosciuti gli stessi diritti dei bianchi attraverso un processo che cost la vita a tanti di quelli che tentarono di rompere la segregazione razziale che ancora resisteva nei posti di lavoro, nei trasporti e nella scuola. Dopo aver visto un afroamericano presidente degli Stati Uniti questi sembrano racconti del passato, ma il razzismo non  cos lontano se si pensa che  solo dal 1967 che i bianchi e i neri si possono sposare tra di loro senza rischiare il carcere. Alla fine degli anni Sessanta il movimento Black Panther fu una delle associazioni pi attive nel battersi per i diritti dei neri e Tommie Smith e John Carlos ne facevano parte, ma l'associazione - che non aveva sposato il principio di non violenza di Martin Luther King - era considerata ai limiti della legalit dalle autorit statunitensi.
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SINFONIA BERLINESE DI LIBERAZIONE.
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E SALIMMO SUL MURO IN PIEDI, QUEL MURO SU CUI NON AVEVAMO POTUTO PER VENTOTTO ANNI NEMMENO ALZARE LO SGUARDO PER CAPIRE COSA CI FOSSE OLTRE, E NON CI SEMBR PI COS ALTO.
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LARGHISSIMO. molto, molto lento, estremamente lento, pi lento di largo (= 40 battiti per minuto)
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A Berlino Est  il 9 novembre 1989. In tutti i paesi dell'Est Europa ci sono proteste contro il regime sovietico che impone limitazioni alla libert e riduce alla fame le popolazioni sotto il suo controllo. I politici sono costretti a fare delle piccole concessioni per calmare almeno in parte i disordini, ma non si mettono d'accordo bene sulle informazioni da dare. Durante la conferenza stampa in cui si dovrebbero comunicare le timide aperture decise, il membro del Politburo Schabowski d senza volerlo un'incredibile informazione sbagliata: Ah... oggi abbiamo deciso su un nuovo regolamento che rende possibile per ogni cittadino della Repubblica Democratica Tedesca di... uscire attraverso i posti di confine... della... Repubblica Democratica Tedesca.
I giornalisti sono ammutoliti, nessuno crede alle sue orecchie. Schabowski ha veramente detto che il muro non  pi un muro, che pu essere varcato? S, lo ha fatto, per non  quell'affermazione a buttare gi il muro. Basta a far cambiare la musica.
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ADAGISSIMO.  molto lento o estremamente lento, pi lento di largo
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Uno dei giornalisti presenti, insicuro di quel che ha sentito, incalza Schabowski chiedendo se quella disposizione che autorizza i viaggi tra la Germania Est e quella Ovest valga anche a Berlino. Schabowski, ormai preda di una confusione completa, risponde di s. Resta da capire quando questa disposizione entrer in vigore. Nella sala stampa non volano nemmeno le mosche.
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LENTISSIMO molto lento o estremamente lento, non lento quanto larghissimo (circa 40 battiti per minuto)
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Qualcuno trova il coraggio di chiedere: Quando dovrebbe succedere quello che sta dicendo?
Schabowski non ha la risposta esatta e dice la prima cosa che gli sembra sensata: Immediatamente, pu succedere da subito.  un momento terribile e bellissimo e molti potrebbero pensare che sia quello il momento in cui il muro ha cominciato a cadere. Ma sbaglierebbero.
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GRAVE. lento o molto lento e solenne (= 44 battiti per minuto)
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Tutte le televisioni la sera annunciano le parole di Schabowski in tutte le case e nelle case ci siamo noi, i berlinesi. Quello che sentiamo ci sembra troppo bello per essere vero. Sono le venti, siamo tutti rientrati dal lavoro stanchi, la cena  sul tavolo, i bambini mangiano presto perch il giorno dopo c' scuola, la giornata  finita, fa un freddo impressionante, eppure  come se d'improvviso fosse spuntata l'alba. I primi di noi, quelli pi curiosi, si infilano i cappotti e iniziano ad andare al muro a vedere se  vero che si pu passare. Non hanno niente di particolare da vedere dall'altra parte, nessuno che possa essere chiamato per dirgli: adesso arrivo. Per vanno ugualmente e per strada si ritrovano in decine, spontaneamente in cammino. Il ritmo della sinfonia sale, segue il passo delle persone sull'asfalto.
ANDANTE MODERATO 
leggermente pi lento di andante (69-72 battiti per minuto)
All'inizio ad andare non siamo centinaia, ma solo qualche decina. Nell'arco di un'ora per cominciano ad arrivare sempre pi numerosi i berlinesi da tutti i punti della citt. I primi di noi chiedono alle guardie se possiamo passare, ma la risposta  quella di sempre: dobbiamo avere dei documenti che ci autorizzino. Stavolta per le cose sono diverse. Stavolta un uomo del governo a nome del partito ha detto alla tv che possiamo passare immediatamente, che il varco  libero.
Le guardie si scambiano un'occhiata incredula. Sanno cosa  stato detto ai giornalisti da Schabowski, ma quelle frasi non sono diventate un ordine vero, niente che dica di lasciar passare le persone. Appena comprendiamo questo la nostra speranza delusa diventa facilmente rabbia e la musica nelle teste cambia di nuovo: adesso il ritmo  rapido, non siamo pi sotto il muro per curiosit, vogliamo passare e vogliamo farlo subito.
ANDANTE
moderatamente lento, andante, moderato o molto moderato, al passo, fra largo e moderato (56-108 battiti per minuto)
La guardia che comanda il presidio ha migliaia di persone sotto il muro che vogliono passare e non se ne andranno. Pu succedere una strage, perch chi ha un fucile e una divisa non  un negoziatore, esegue ordini. Ordini per quella notte non ne arrivano e la guardia si trova a dover prendere la decisione pi importante della sua vita: sparare sulla folla per disperderla oppure dare l'ordine di lasciarla passare dall'altra parte.  una decisione di quelle che nella vita nessuno vorrebbe prendere, perch in un regime autoritario le decisioni sbagliate si pagano con la vita. Quell'uomo col fucile lo sa, eppure fa la cosa giusta, quella che risparmia un bagno di sangue: decide di aprire il cancello.  una scelta fondamentale, ma neppure quella ha buttato gi il muro.
VELOCE 
con velocit, velocemente
Il politico ha sbagliato. Il giornalista ha riportato lo sbaglio. La guardia ha deciso di non sparare. Ma se noi fossimo rimasti in casa, se la nostra paura fosse stata pi forte della nostra speranza, quella sequenza di atti preparatori non avrebbe fatto accadere nulla. Il giorno dopo il politico si sarebbe corretto, i giornalisti avrebbero detto che si era corretto e la guardia avrebbe saputo che il suo ordine era sparare e avrebbe sparato, come sempre, come era avvenuto negli ultimi ventotto anni.
Solo che noi in casa non ci siamo rimasti. Siamo usciti noi, sui pianerottoli a guardarci in faccia con i vicini, e non c' stato bisogno di alcuna riunione di condominio per farci precipitare in strada e correre verso il muro. Fummo noi a chiedere alla guardia di aprire il cancello. Fummo noi, i berlinesi che stavano da una parte della Germania e quelli che stavano dall'altra, a cominciare a passare nel varco, a correrci incontro con gioia, ad abbracciarci come bambini anche se non ci conoscevamo, anche se non ci eravamo mai visti, ma era come se d'improvviso la corda che ci strangolava tutti si fosse allentata e poi sciolta, permettendoci di gridare, cantare, chiamarci l'un l'altro come non avevamo mai fatto prima.
VIVACE
vivace e vivo, leggermente veloce o veloce, pi veloce di allegro (126-144 battiti per minuto)
E salimmo sul muro in piedi, quel muro su cui non avevamo potuto per ventotto anni nemmeno alzare lo sguardo per capire cosa ci fosse oltre, e non ci sembr pi cos alto. In cima al suo limite eravamo pi alti noi e finalmente si vedeva di nuovo l'orizzonte. I baristi delle vie vicine cominciarono a versare birra gratis per tutti, poi qualcuno port dei martelli, dei picconi, delle zappe e dei bastoni e cominciammo a fare a pezzi il cemento di cui era fatto il muro, ma con gioia, con slancio, come se ci tuffassimo nel primo bagno di stagione o irrompessimo di corsa su un prato verde dopo mesi di stanze chiuse a guardarlo da una finestra. Cercarono di farci scendere con gli spruzzi degli idranti, ma noi aprimmo gli ombrelli e a volte nemmeno quelli: facemmo la doccia con gioia e non smettemmo un solo momento di fare a pezzi il muro. Distruggemmo quello che ci aveva distrutto le famiglie, il lavoro, i sogni, gli amori e la libert.
ALLEGRISSIMO
molto veloce, molto vivo, fra presto e vivacissimo (150-167 battiti per minuto)
La notizia fece il giro del mondo, raggiunse i tedeschi di Germania e quelli che per varie ragioni si trovavano fuori e arriv anche a Rostropovich, il grande violoncellista ormai anziano che si trovava a Parigi con la famiglia. Commosso e incredulo, prese il primo volo per Berlino e venne al muro col suo strumento. Non tocc nemmeno un sasso, ma fece di meglio: suon mentre il muro veniva gi, come nella Bibbia accade con le mura di Gerico che crollano al suono unito delle trombe dell'esercito di Giosu. Chi ha buttato gi il muro di Berlino alla fine? La risposta  semplice: noi. Non i politici, che l'avrebbero tenuto su per altri cento anni. Non i giornalisti, che hanno dato la notizia, ma come ne danno mille. Non i militari, che sanno solo obbedire agli ordini e non prevedono le variazioni della storia. Siamo stati noi, con le nostre gambe, le nostre mani, i nostri occhi e una specie di forza collettiva che senza che ci fossimo messi d'accordo ci ha portati tutti l sotto, dove la storia faceva male sul serio, a guardarla in faccia.
CADUTA DEL MURO DI BERLINO
9 NOVEMBRE 1989
Alla fine della seconda guerra mondiale i vincitori si accordarono per dividere la citt tedesca di Berlino in quattro zone, tre controllate da Francia, Stati Uniti e Regno Unito e una, la pi grande, dall'Unione Sovietica. Inizialmente da un settore all'altro si passava con libert, ma man mano che i rapporti tra Ovest e Est del mondo si facevano pi ostili in quella che fu chiamata la guerra fredda', molte persone cominciarono a preferire la maggiore libert dei settori occidentali e iniziarono a migrare dentro la citt, lasciando il quadrante est. In quindici anni furono due milioni e mezzo i berlinesi che cambiarono residenza negli altri settori. L'emorragia era tale che nel 1961, per impedire l'abbandono degli abitanti e il fallimento del modello filorusso, l'Unione Sovietica finanzi la costruzione del muro intorno al quadrante est, imprigionando gli abitanti di quel lato di citt e separandoli dai loro affetti. Il muro rimase in piedi per ventotto anni, durante i quali si calcola che furono 133 le persone uccise nel tentativo di attraversarlo.


LA MUSICA DENTRO

QUESTO  IL POLLICE, L'UNICO DITO CHE SI OPPONE AGLI ALTRI QUATTRO.  CORTO E TOZZO, MA SENZA DI LUI NON POTREI PRENDERE LE COSE, N DIRE CON UN GESTO CHE UNA COSA VA BENE, N CHIEDERE UN PASSAGGIO A BORDO STRADA, COSA CHE COMUNQUE NON HO MAI FATTO, MA MI DICONO CHE L'AUTOSTOP SI FA COS.
Mi sono fatta prestare un giubbotto dai vicini, perch mi hanno detto che a Salisburgo fa pi freddo che a Caracas. Ho cercato sul mappamondo in classe dove fosse l'Austria e ho visto uno stato minuscolo che in Venezuela sarebbe considerato poco meno di una provincia.  incredibile che un posto cos piccolo sia la patria della musica classica, il paese di Mozart, ma alla fine tutto dipende da quale punto di vista guardi le cose. Andiamo a fare un concerto', ho detto ai miei amici a scuola e loro hanno sorriso, perch non capiscono come una che non sente niente possa fare parte di un coro e addirittura fare concerti in giro per il mondo. Fino a pochi anni fa non ci credevo nemmeno io. Guardavo gli altri cantare, il direttore d'orchestra alla tv muovere la bacchetta e tutti i musicisti seguirlo, e pensavo che sarebbe stato bellissimo avere l'udito anche solo per un momento per capire cosa si prova a muoversi tutti insieme seguendo la stessa musica, come gli stormi degli uccelli che fanno un corpo solo in cielo per spaventare il falco e nessuno sa cosa li metta d'accordo nel volo.
QUESTO  L'INDICE, IL DITO CHE D LA DIREZIONE, CHE FRUGA IL NASO, CHE ACCUSA QUALCUNO, CHE CHIEDE LA PAROLA, CHE SUONA IL CAMPANELLO O NEGA CON DECISIONE.  IL MIO DITO PREFERITO, LO USO ALL'APPELLO PER DIRE PRESENTE'.
Quattro anni fa, quando ne avevo solo sei, mia madre ha letto che c'era un modo per far sentire ai sordi la musica. Mi ha portata in una grande sala di musicoterapia e una dottoressa molto gentile mi ha accompagnata davanti a un pianoforte cos grande che non l'avevo mai visto nemmeno nei concerti di capodanno alla tv, e col linguaggio dei segni mi ha chiesto di sdraiarmici sopra. Non ero sicura di avere capito, ma lei lo ha ripetuto: Sdraiati sopra, appoggiaci la schiena'. L'ho fatto, ma non mi aspettavo nulla. Invece lei si  messa ai tasti e ha cominciato a suonare.
 stato incredibile, come se un milione di millepiedi si fossero messi a marciare insieme lungo la mia spina dorsale al ritmo di una banda invisibile. Sentivo la musica! Non con le orecchie, ma con tutto il corpo: il fegato tremava, i reni sobbalzavano uniti e il cuore conformava il suo ritmo a quello dei tasti finch mi  sembrato di essere diventata io il pianoforte, uno strumento pieno di corde e martelletti che si muovevano in sincrono perfetto. La dottoressa mi ha detto: Questa  la musica' e io per la prima volta ho capito perch gli altri quando la ascoltano sono felici.
QUESTO  IL MEDIO, IL DITO CON CUI SI MANDA LA GENTE A QUEL PAESE, CHE NON SI PU MICA SEMPRE ESSERE AMICI DI TUTTI.
Io la musica la tratto con i guanti e non  un modo di dire. In concerto, come tutti i miei compagni di coro, ho un paio di guanti bianchi e li uso per cantare. Quando le nostre mani si sollevano e cominciano a muoversi nell'aria seguendo i movimenti del direttore d'orchestra tutta la platea ci fissa e vede un volo di farfalle candide con ali frangiate che si muovono tutte insieme. Siamo il Coro de Manos Blancas, il coro delle mani bianche, i bambini che sentono la musica come non la sente nessun altro. Accanto a noi c' un coro di ragazzi che cantano con la voce, ma gli occhi nel teatro sono tutti per noi, per i ragazzi speciali'. Cos ci chiamano a volte - ragazzi speciali - una definizione un po' melensa che usano per indicare qualcuno che non sa fare le cose nel modo in cui le fanno tutti. Invece quando hanno inventato il sistema che ci permette di fare musica con le mani, non hanno pensato che fossimo speciali, ma che avessimo il pi normale dei diritti: essere felici facendo qualcosa di bello insieme. Da soli, lo sappiamo, non siamo speciali, che cantiamo con la voce oppure con le mani. Se io dovessi mettermi senza gli altri su questo palco e muovere le mani in solitudine seguendo il direttore, mi sentirei molto stupida. Sentire i miei compagni e le mie compagne intorno a me, invece, sentire che si muovono al mio ritmo, che insieme componiamo una coreografia che vale quanto gli acuti di chi canta... ecco, questo  speciale.
QUESTO  L'ANULARE, SI CHIAMA COS PERCH CI SI INFILANO GLI ANELLI IMPORTANTI, QUELLI DI FIDANZAMENTO E DI NOZZE.  IL DITO DELL'IMPEGNO, CHE RACCONTA L'APPARTENENZA, MA ANCHE LA SOLITUDINE.
Mia madre ha lavato i guanti con cura perch non si restringessero e poi li ha infilati in valigia in un sacchetto di tela. Fra tre giorni, quando saremo a Salisburgo, in quelle mani bianche avremo l'Austria intera e se ci penso mi pare impossibile che siamo riusciti ad arrivare cos lontano, ma Maestro Abreu aveva ragione: la musica  di tutti per tutti, non ha confini di spazio n di corpo. Alcuni ci arrivano da soli perch hanno nella testa tutti i suoni del mondo e sanno combinarli. Ci riusciva Mozart, e Beethoven, che era sordo anche lui eppure ha composto l'Inno alla gioia. Loro per erano dei geni e credo che i geni siano sempre un po' soli davanti alla musica (e forse anche davanti alla vita). In fondo deve essere terribile capire cos bene le cose da rendersi conto che nessun altro le capisce oltre te. Io per fortuna non sono un genio, perch non mi piace essere sola. Non ho l'ambizione di fare musica da sola, mi basta essere musica tutti insieme.
QUESTO  IL MIGNOLO. NON SERVE A NIENTE, SE NON A FARE DA CONTRAPPESO ALLA TAZZINA DEL CAFF QUANDO LA PRENDI IN MANO, MA LE PERSONE EDUCATE DICONO CHE NON SI SPORGE IL DITO IN FUORI MENTRE SI BEVE IL CAFF, QUINDI FORSE NON SERVE NEMMENO A QUELLO.  UN DITO NON FUNZIONALE, FORSE POTEVAMO PERFINO FARNE A MENO, EPPURE  L E QUALCOSA VORR PUR DIRE. SIAMO NOI CHE NON ABBIAMO ANCORA IMPARATO AD ASCOLTARE IL MIGNOLO.
CORO DE MANOS BLANCAS
CARACAS 1999
L'handicap, nella testa delle persone che non lo hanno,  sempre qualcosa che ti manca. Non hai l'udito, non hai la vista, non hai il pieno movimento, non hai la parola: un lungo elenco di cose in meno rispetto al normale'. Sono pochissime le persone in grado di capire che la differenza non  un vuoto di possibilit ma un pieno di alternative, e Naybeth Garcia e Johnny Gmez nel Venezuela del 1999 sono esattamente due di quelle. Credendo profondamente nel Sistema, il rivoluzionario sistema pedagogico fondato dal Maestro Abreu che si basa sulla musica come forma di integrazione e riscatto sociale, Garcia e Gmez provano ad applicarlo ai casi di deficit cognitivo e sensoriale. Hanno in mente di mostrare a tutti che la sola vera disabilit  il pregiudizio dei sani. Soprattutto vogliono dimostrare ai bambini e alle bambine con cui lavorano che quell'handicap non definisce la loro identit e non li esclude dall'esperienza della bellezza e della relazione, ma la potenzia. L'attivit musicale nei decenni successivi ha riqualificato l'esperienza di moltissimi bambini e adulti con disabilit, salvandoli dall'isolamento e costruendo coesione sociale e integrazione a suon di musica.


LA MEMORIA  UN PANNO BIANCO

Un gruppo di donne alla fine che fastidio pu dare a una dittatura?
Quando Taty si present alla porta della Casa delle Madri di Plaza de Mayo aveva paura che non l'avrebbero accolta. Suo figlio Alejandro era sparito nel nulla da cinque anni, esattamente come i figli e le figlie di altre trentamila donne in Argentina, ma lei non si era mai rivolta prima a quell'associazione. Credeva che sarebbe riuscita da sola a scoprire dove era finito il suo Alejandro, chi lo aveva rapito e forse, grazie alle sue conoscenze nel governo, a farselo restituire vivo, se non proprio del tutto intero.
Correvano voci molto brutte su cosa succedeva alle persone sparite. Dicevano che venivano torturati perch facessero i nomi dei loro compagni, che ci fosse un posto dove li portavano per farli confessare, una specie di scuola di addestramento militare, e che poi, una volta che avevano confessato, li lasciassero andare via liberi. Magari era vero, tutti speravano che fosse vero, ma allora perch poi nessuno di loro tornava a casa? Desaparecidos, gli scomparsi, cos li chiamavano i parenti rimasti ad aspettarli con paura e nostalgia.
Taty per per cinque anni non aveva voluto usare quella parola, rifiutandosi di pensare che suo figlio Alejandro fosse sparito come gli altri dissidenti: per lei era solo andato via per un po', ma poi sarebbe tornato e tutto sarebbe andato a posto. Suo figlio non era come gli altri. Alto, bellissimo come tutti gli Almeida, Alejandro a volte stava via per giorni senza dire dove, ma poi rientrava ridente in casa abbracciandola e sollevandola in aria e la faceva girare mentre diceva Come le voglio bene, a questa gorillina! Quel soprannome - Gorilla - era uno scherzo tra di loro, perch era cos che in tutta l'Argentina venivano chiamati i sostenitori politici della destra. Alejandro era di sinistra e lei invece aveva simpatie altrove, tra madre e figlio pu succedere. Era per proprio grazie a quelle simpatie che Taty pensava che il suo caso fosse diverso da quello di tutte le altre donne. La loro famiglia aveva amici nel governo dei militari, era impossibile che avessero fatto del male ad Alejandro. Lui forse aveva sbagliato qualcosa, magari aveva preso a frequentare una cattiva compagnia, certi attivisti politici che erano contrari alla dittatura, ma non era un cattivo ragazzo, Taty lo sapeva, quella scomparsa era sicuramente un equivoco. Dopo cinque anni per l'equivoco stava durando un po' troppo. Aveva provato in ogni modo a cercare di capire cosa gli fosse successo, ma nessuno dei generali amici della sua famiglia dava a Taty spiegazioni o notizie, anzi, nessuno le garantiva che Alejandro fosse ancora vivo. Nel suo cuore le cose cominciavano a prendere una brutta forma e lei iniziava a pensare che forse non stavano come aveva voluto credere.
Quando buss alla porta dell'associazione delle Madri di Plaza de Mayo era ormai disperata, sola, e cercava un aiuto che nessuno fino a quel momento le aveva dato. Temeva che quelle donne potessero crederla una spia perch veniva da una famiglia amica dei dittatori, ma gli occhi che si trov davanti non erano diffidenti: erano comprensivi e amici. Chi ti manca? le chiese dolcemente Azucena, la fondatrice dell'associazione, mentre le altre donne in silenzio la ascoltavano. Taty cominci a raccontare di Alejandro, di come fosse svanito nel nulla, di come lo avesse cercato per cinque anni senza avere risposte e di cosa sospettasse gli avessero fatto. Le altre donne, madri e sorelle di uomini e donne spariti esattamente nello stesso modo, non avevano bisogno di ulteriori spiegazioni. Quello che Taty diceva era identico a quello che tutte loro avevano vissuto. Insieme condividevano il dolore per le assenze dei fratelli e dei figli, ma anche la volont di avere una spiegazione, di sapere dove erano finiti, e Taty comprese che nella sua ricerca, a qualunque risultato avesse portato, non sarebbe stata pi sola.
Quel gruppo di donne che andavano ogni gioved in Plaza de Mayo a girare in cerchio davanti alla Casa Rosada, per chiedere al governo che fine avessero fatto i loro figli e le loro figlie, non era riuscito per fino a quel momento a farsi ricevere n ascoltare. Delle loro domande non importava a nessuno. I generali, che sapevano benissimo che cosa era accaduto a quei ragazzi e a quelle ragazze, fingevano di non vederle. Un gruppo di donne alla fine che fastidio pu dare a una dittatura? Non sono un partito politico n una forza militare, al massimo devi fare due passi in pi per scansarle quando di gioved attraversi la piazza, fino a che non si stancheranno di farlo. Perch prima o poi, devono essersi detti i generali argentini brindando ai loro omicidi segreti, queste donne invecchieranno e si rassegneranno. Prima o poi si ricorderanno che hanno altri figli, magari nipoti, una vita intorno e smetteranno di chiedere una verit che ormai non cambierebbe pi niente.
Le cose per non vanno proprio cos. Non solo le donne di Plaza de Mayo non si rassegnano, ma cercano continuamente nuovi modi per dare fastidio e farsi ascoltare e rispondere. Insieme decidono di rivolgersi alla Chiesa argentina perch interceda con i dittatori per il destino degli scomparsi. I vescovi per si rifiutano di riceverle. La situazione in Argentina  molto delicata e la Chiesa non sta tenendo un comportamento trasparente: anche molti sacerdoti e suore sono desaparecidos, ma tanti alti prelati della gerarchia cattolica giocano invece a tennis con i militari della dittatura e chiudono volentieri un occhio, quando non tutti e due, sugli orrori che vengono inflitti ai dissidenti. Corrono voci di misteriosi aerei notturni da dove i corpi delle persone rapite, storditi e torturati, vengono gettati nelle acque dell'oceano perch muoiano senza lasciare tracce. Si dice che ci siano sacerdoti che assolvono i piloti di questi voli, dicendo che  una morte pi pietosa di quelle che avvengono sulla terra ferma nelle caserme. Forse i vescovi non ricevono le madri di Plaza de Mayo perch non vogliono ascoltarle, perch sanno che dicono il vero, che i loro figli sono stati davvero rapiti e torturati e che qualcuno ha protetto i loro carnefici.
Le donne dell'associazione, circondate dal silenzio, ragionano in quel particolare modo creativo che solo le madri sanno inventarsi per difendere quello che amano. Serve loro un gesto, qualcosa di forte e molto visibile, che porti l'attenzione del mondo su quel dramma e costringa chi ha fatto sparire i loro figli e le loro figlie a dare risposte non solo a loro, ma a tutto il paese e anche oltre. Decidono quindi di andare alla festa della Madonna di Lujn indossando tutte sulla testa un piccolo telo candido, identico al pannolino che usavano per i figli quando erano neonati. Niente di rumoroso, niente di pericoloso: solo un punto di bianco moltiplicato sulla testa di decine di donne. Che differenza pu mai fare? Invece, contro tutte le previsioni, quel fazzoletto compie il miracolo: grazie al suo bianco le donne di Plaza de Mayo improvvisamente diventano tutte visibili, decine di teste candide velate, impossibili da ignorare. Il pezzo di tela doveva essere solo un espediente per essere viste nella folla da chi non voleva riceverle, ma divenne un simbolo irresistibile della loro richiesta di giustizia per i figli: dopo averli preparati alla vita con quei panni, era con gli stessi panni che della loro vita quelle donne chiedevano conto.
Piano piano la storia delle madri di Plaza de Mayo e della loro silenziosa resistenza in bianco fece il giro del mondo e lo commosse, facendo aumentare la pressione internazionale sul governo e la richiesta di rispetto dei diritti umani. Sembrava che i nodi della verit stessero arrivando al pettine insieme alla fine della dittatura, ma quando il regime dei militari croll, le madri scoprirono che neppure la neonata democrazia aveva molta voglia di fare i conti con gli orrori trascorsi. La memoria degli omicidi orrendi che erano stati perpetrati con la complicit di tante persone, non voleva riaccenderla nessuno. Tutti preferivano metterci una pietra sopra in nome della pace nazionale. Quelle donne, che avevano atteso anni per ottenere la verit, non avevano per la minima intenzione di arrendersi proprio allora. Ogni gioved continuarono a scendere in Plaza de Mayo a chiedere che fine avessero fatto i loro cari e dopo pi di quarant'anni da quelle scomparse finalmente la loro tenacia ha condotto alla verit: i carnefici dei loro figli, i militari che avevano guidato gli aerei dei voli della morte, sono stati condannati per i loro omicidi e i fatti sono diventati chiari, anche se dolorosi. Oggi le madri di Plaza de Mayo, non pi semplici donne che piangono i figli scomparsi, sono diventate il simbolo di ogni resistenza pacifica e vanno in giro per il mondo a raccontare la loro esperienza e motivare i giovani a non smettere di lottare per quello in cui credono. Il bianco di quel fazzoletto  diventato una bandiera, e non di resa.
MADRI DI PLAZA DE MAYO
BUENOS AIRES 30 APRILE 1977
Nel 1976 in Argentina ci fu un colpo di stato militare che apr il periodo pi sanguinoso e oscuro della vita del paese sudamericano e che gett la nazione nel terrore fino al 1983. A guidarlo furono alcuni generali dell'esercito i quali, appena arrivati al potere, misero in atto un progetto di repressione del dissenso che port all'omicidio e alla scomparsa di trentamila persone - i desaparecidos - alla tortura di migliaia di altre, oltrech al rapimento di pi di seimila bambini portati via anche appena nati e ridistribuiti tra le famiglie fedeli al regime che aveva ucciso i loro genitori. Il governatore di Buenos Aires ebbe a dire in quegli anni: Prima elimineremo i sovversivi, poi i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, successivamente quelli che resteranno indifferenti e infine gli indecisi. Molti fuggiaschi raccontarono al mondo cosa stava avvenendo nel paese, ma ad attrarre l'attenzione internazionale furono soprattutto le madri degli scomparsi che chiedevano notizie e spiegazioni sia al governo militare, sia alla Chiesa, accusata di sapere e coprire gli orrori. N Giovanni Paolo II n Benedetto XVI accettarono mai di incontrarle. Il primo a riceverle fu Francesco nel 2017.


UN GENIO SOLO NON MI BASTA

Nessun pezzo del mio meccanismo  geniale preso in s: geniale  il loro funzionamento insieme.
Mi chiamo Macchina di Turing - zz-zz - e se potessi detestare qualcuno, quel qualcuno sarebbe Turing, l'uomo che mi ha inventata. - zz-zz - Non provo stima per nessuno, sono un computer e i computer non hanno questo genere di sentimenti - zz-zz - ma se anche li provassi ditemi voi perch dovrei provare stima per qualcuno che - zz-zz - non  stato capace nemmeno di darmi un nome che non fosse il suo. Almeno i tedeschi alla loro macchina un nome gliel'hanno dato: si chiama Enigma, perch dietro l'apparenza di una comune macchina da scrivere produce dei messaggi estremamente complicati, a meno che non si possieda sia un'altra macchina Enigma che una serie di codici specifici. Gli esseri umani dicono che quei messaggi sono impossibili, ma impossibile' non  una parola logica:  pi sensato dire che sono possibili, ma non a un essere umano. Le variabili da sperimentare sono cos tante che per decrittare quei messaggi a mano escludendo tutte le alternative ci vorrebbero centinaia di anni e a quel punto il risultato sarebbe inutile, perch tutti quelli a cui importava saperlo sarebbero morti nel frattempo. In guerra come in pace  il tempo la risorsa pi importante ed ecco perch lui, Alan Turing, ha costruito me: io risparmio tempo. Essendo un uomo pratico mi ha immaginata per solo come un velocizzatore di calcoli e per questo non mi ha nemmeno dato un nome mio. Io avrei voluto chiamarmi Alba, come la luce del sole che appare all'orizzonte dopo una lunga notte, oppure con una dicitura complicata e tecnica che facesse capire che svolgo compiti importanti, qualcosa tipo Macchinario Decrittatore di Codici Nazisti Difficilissimi. - zz-zz - Cos i tedeschi parlando tra di loro avrebbero detto spaventati: Questo messaggio non  al sicuro, se lo prendono lo infilano nel Macchinario Decrittatore di Codici Nazisti Difficilissimi e siamo fregati! Dire che lo mettono nella Macchina di Turing fa sembrare che lo lascino sul cruscotto di un'utilitaria, manco fossi una multa messa l dal vigile urbano, io! Che grazie a me, se Turing capisse come farmi funzionare pi in fretta, la guerra durerebbe due anni in meno e vincerebbero gli inglesi e i loro alleati!
Se lo capisse, appunto, perch non lo capisce. Si crede un genio perch mi ha inventata, ma non funziono ancora con la stessa efficienza che gli servirebbe e sta diventando matto a cercare di capire il perch. Di giorno mi d della stupida davanti a tutti, ma  di notte che lo temo di pi. - zz-zz - Ogni tanto col buio entra nel laboratorio quando tutti dormono e mi fissa furibondo mormorando Maledetta, che tu sia maledetta!, come se fosse colpa mia se i risultati della decrittazione non sono abbastanza veloci. A volte calcolo come alta la probabilit che voglia prendere un martello e darmelo addosso sui circuiti.  come se si dimenticasse che io sono una macchina e le macchine rispondono alle logiche che gli uomini hanno pensato per il loro funzionamento. Se il funzionamento non  quello sperato dipende da loro, mica da noi. Invece lui mi guarda come se guardasse in uno specchio contorto ed elettrificato e maledicendo me maledice in realt se stesso e i suoi limiti. Mi ha immaginata, mi ha progettata, mi ha costruita e ora non riesce a farmi fare quello che davvero gli serve. So che  nei guai. I soldi che gli sono stati dati per farmi funzionare stanno finendo e se non trova una soluzione presto perder il lavoro e al suo posto metteranno un altro con un'idea diversa e pi efficace. Forse allora mi butteranno via, perch per colpa del nome che mi ha dato - la Macchina di Turing - se lui fallisce io sar la macchina di un fallito e verr liquidata proprio come chi mi ha inventata.
Peccato, perch non stavo male qui a Bletchley Park. Nei servizi segreti ci sono molte altre persone che mi girano intorno e parlano con me. Matematici, enigmisti, giocatori di scacchi ai massimi livelli: qui lavorano giorno e notte tutte le migliori intelligenze che siano esperte di schemi nell'Occidente antinazista e stanno combattendo una guerra silenziosa e segreta che nessuno immagina. Se dovesse agire in modo logico, Turing si rivolgerebbe a loro e chiederebbe aiuto. Invece di pensare che deve risolvere il mio funzionamento tutto da solo, quel dannato presuntuoso potrebbe semplicemente fidarsi di pi dei membri del suo gruppo. Non mi hanno progettato,  vero, ma mi hanno studiato insieme a lui per mesi e a volte calcolo come alta la probabilit che mi conoscano meglio di lui.
C' quel matematico scozzese, per esempio, che ha fatto una sequenza di calcoli che ha migliorato molto il mio rendimento nella decrittazione. E c' quello scacchista di Manchester, uno che non ha fatto nemmeno matematica ma bravissimo a intuire la mossa altrui, che riesce a capire il vero senso di un messaggio anche quando, una volta tradotto, il suo significato resta ancora oscuro. Nessuno dice di loro che sono dei geni, ma  meglio cos. Deve essere difficile essere un genio, costretto a pensare che tutto dipenda dalla tua intuizione, immaginarti sempre come se fossi unico al mondo, dover misurare le sfide solo sulle tue capacit, vederti sempre come straordinario e sentire ogni fallimento come se fosse il disastro di una vita intera. A noi macchine non succede. Siamo fatte di meccanismi e i meccanismi sono fatti di molte parti, ciascuna con un compito. Guardate me: viti, bulloni, pulegge, ruote dentate, interruttori, fili di rame, parti metalliche e parti di legno... Nessun pezzo del mio meccanismo  geniale preso in s: geniale  il loro funzionamento insieme. Se solo Turing fosse cos geniale da pensare di non essere il solo genio qui dentro, quanto pi in fretta capirebbe come farmi andare pi in fretta - zz-zz - !
MACCHINA DI TURING
BLETCHLEY PARK 1940
Le informazioni sono state sempre una potente arma di guerra nella storia: molte guerre sono state vinte pi con la conoscenza che con le bombe. Con l'avvento di tecnologie sofisticate i sistemi pi collaudati per procurarsi notizie (come lo spionaggio e l'infiltrazione) apparvero via via sempre pi lenti e rischiosi e tutti gli stati investirono forti somme di denaro per creare sistemi elettronici in grado di decrittare le comunicazioni nemiche. Durante la seconda guerra mondiale l'invenzione della Macchina di Turing e il suo uso strategicamente intelligente consentirono di decodificare oltre ottantamila messaggi tedeschi al mese e di prevedere molti attacchi a obiettivi civili. Per non far capire ai tedeschi che esisteva un sistema per decrittare le loro comunicazioni, gli alleati dovettero prendere anche decisioni molto dure, come quella di non intervenire affatto in alcuni attacchi per lasciare ai nemici la convinzione di agire senza essere intercettati. Alan Turing viene considerato il suo inventore, ma la macchina di decrittazione venne costruita e resa efficace con il concorso di un gruppo di ricercatori, matematici e solutori di problemi che lavorarono insieme nel pi assoluto segreto.


LEGARSI ALLA MONTAGNA

Forse  a questo che serve l'arte, a far vedere i fili nascosti tra le cose e tra le persone.
NODO 1 L'artista  una pazza. O la pazza  artista, vedete voi come vi piace di pi. Io la conosco da quando  nata quella l,  sempre stata una che vedeva le cose al contrario di come le vedevano tutti. E infatti guardate cosa  successo e ditemi se vi sembra normale: le hanno chiesto un monumento ai caduti e lei prima ha detto no, poi ha detto lo faccio ai viventi, ma come dico io'. Gi questo basta a capire che a una cos non le puoi dare retta, ma poi  venuta a casa mia e ha detto legatevi'.  pazza. Di tutti i mali che possono capitare a un paese il peggiore  che lo scemo del villaggio sia anche l'artista del villaggio, cos le sue scemenze le chiama opere d'arte e quelli di fuori dicono fortunati voi che avete un'artista'. Fortunatissimi, proprio! Fattela venire tu in casa una che ti dice legate la vostra casa a quella del vostro vicino'. Perch dovrei fare una cosa simile? Io col mio vicino non ci parlo da dieci anni, da quando ha lasciato mia cugina a tre mesi dalle nozze e quella si  disperata talmente che dalla vergogna e dal dispiacere non  mai pi voluta uscire con nessuno. L'abbandono  un filo interrotto per sempre e legarsi a chi ti ha abbandonato non  possibile. Si leghi lei, l'artista, che ai matti  questo che si fa. Del resto si dice matti da legare', no?
NODO 2 Mio padre  inferocito con l'artista e io gi solo per questo le sono grata: tutto quello che fa incavolare mio padre a me va bene, perch gli insegna un po' di umilt.  convinto di sapere sempre tutto e di poter sempre controllare ogni cosa, persino come devono pensare e immaginare il mondo gli altri. Naturalmente adesso con questa cosa di legarsi alla montagna non c'entra niente il suo odio per quello che non capisce, compresa l'arte. Quello che non gli va gi in realt  che l'artista gli ha detto che il vicino il permesso di essere legato alla nostra casa lo ha dato, eccome. Cos adesso se lui non fa lo stesso sembra uno stronzo e di passare per stronzo non gli piace. Non sopporta che il nostro vicino sia stato migliore di lui nel riconoscere che dieci anni sono abbastanza per digerire un torto. La gente si lascia e si riprende tutti i giorni, nessuno ha ucciso nessuno dopotutto, anche se nella testa di mio padre morte e mortificazione sono la stessa cosa. Ma se anche tutti questi anni non fossero stati abbastanza per dimenticare il torto subito, quel torto resta comunque un legame. Riconosco che le tue azioni hanno il potere di ferirmi non  l'ammissione di un legame? E se fosse proprio questo che mio padre non sopporta?
NODO 3 Mio figlio sbraita da tre giorni contro l'artista e giura che non si legher mai al vicino. Sar che sono molto vecchia ed  vecchia pure l'artista, ma a me piace questa cosa del nastro celeste che ci lega, perch mi ricorda la leggenda della bambina scampata al crollo della montagna. Non ero ancora nata, ma non era successo molti anni prima. I vecchi dicevano che era venuto gi un pezzo di montagna su una casa e di quattro bambine che c'erano dentro ne erano morte tre, schiacciate dalla pietra. Una si era salvata perch era uscita in giardino a cercare il suo nastro celeste e l'hanno trovata cos, viva sotto la polvere e le macerie, col suo pezzo di fettuccia azzurra stretto in mano. Una fortuna, la mano di Dio o il segno del destino, nessuno lo sa, ma da quel giorno non si riempie culla a Ulassai che non abbia un nastro celeste legato in cima.
L'artista la sa questa leggenda. Lo sa quanto bisogno abbiamo di salvarci in questa valle dove morire  un attimo e oltre quei monti ci metterebbero mesi a scoprire che non esistiamo pi. Il nastro celeste con cui vorrebbe legarci  gi in casa, anche se mio figlio non ne ha idea. Lo tiene nascosto il mio nipotino e se mio figlio non glielo fa legare alla porta di casa, giuro che glielo far fare io alla maniglia della mia finestra.
NODO 4 Gridano e parlano mio marito e mia figlia, parlano e gridano mia suocera e suo figlio, uno sull'altra, una contro l'altro. Io taccio e li guardo. Questa casa  tutta un gomitolo annodato. Si chiamano legami familiari', che non sono sempre una cosa bella. Siamo tutti legati, ma legati non vuol dire solo collegati. Vuol dire anche prigionieri gli uni degli altri, come se non fosse possibile liberarsi mai fino in fondo da tutte le nostre relazioni. I figli, i mariti, le suocere, i cugini. E i vicini, che sono parenti a loro modo e spesso di te ne sanno pi dei parenti stessi. E i paesani, che in un posto come questo sono trecento paia d'occhi che vedono tutto di tutti. C' un intero paese legato gi qui e l'artista lo sa, anche se i fili che ci attraversano facciamo finta di non vederli. Forse  a questo che serve l'arte, a far vedere i fili nascosti tra le cose e tra le persone. Non  cos strano se a molti l'arte non piace: gli fa vedere quanto siano prigionieri, burattini, mosche intrappolate nella tela degli altri. Non importa se mio marito il nastro non lo far legare alla porta, io me lo sento stretto intorno al cuore. La mia montagna  gi dentro questa casa e l'ombra che mi protegge  la stessa che pu crollarmi addosso e schiacciarmi come le bambine della leggenda.
NODO 5 Non lo sa nessuno tranne nonna, ma l'artista ha dato il nastro a me e stanotte senza dire niente a babbo e a mamma lo lego alla porta. Gli adulti hanno troppe paure, troppi rancori, non si metteranno mai d'accordo in tempo. Io invece non ho ancora litigato con nessuno in modo irrimediabile, anche perch non ho avuto molto tempo per farlo, ho solo dodici anni. Anzi, in realt ne ho undici fino a mezzanotte, perch domani  il mio compleanno e per questo ho deciso che voglio in regalo la montagna intera. L'artista mi ha detto che tutti i nastri saranno legati alla montagna, come se lei fosse il pacchetto e noi la sua decorazione.  la direzione della salvezza, dice, ma io non lo so se  la montagna la nostra salvezza. So solo che non voglio fare la fine della bambina col nastro celeste, perch la salvezza non serve a niente se ti salvi solo tu.
NODO 6 Non accetteranno mai di essere legati a noi, dopo che io ho rotto il legame con la cugina. Non mi saluta nemmeno per strada quando mi vede'.  questo che ho detto all'artista quando  venuta a propormi di legare la mia casa a quella del vicino e poi tutti insieme, casa per casa allacciati, legarsi alla montagna.  un'idea incredibile, senz'altro folle, ma non pi di noi tutti che viviamo qui in questa conca tra i monti e il mare, dove ogni rancore prende la forma di un gigante, si siede sul tuo cuore e non va pi via. So che sembra assurdo, ma qualcosa mi dice che nel gesto di farmi legare ai miei paesani c' in realt una liberazione, l'apertura di una gabbia dove ci siamo rinchiusi, come se d'improvviso tutte le nostre porte si spalancassero per far entrare un vento a forma di nastro celeste, un ago con un filo che compone il ricamo della nostra comunit. Non  un ricamo perfetto, ma  il nostro ricamo, e anche se noi non lo vediamo, sar forse la montagna, che ci vede dall'alto, a capire quanto  meraviglioso il nostro disegno comune.
ULASSAI
8 SETTEMBRE 1981
L'artista Maria Lai nel 1981 realizza, a sessantadue anni, l'opera performativa Legarsi alla montagna, che viene considerata la prima opera internazionale di Arte Relazionale. Il pubblico non  solo spettatore della nascita di questo oggetto d'arte, ma  chiamato a concorrere o interagire con la sua realizzazione. Il significato dell'Arte Relazionale non  quindi nella forma o nella materia, ma nel processo che genera tra le persone, durante il quale perde di importanza l'opera finale e assume centralit l'incontro, la scoperta dell'altro, il legame che ne deriva. Maria Lai decide di legare fisicamente il suo paese al monte che lo sovrasta, dopo aver legato le case l'una all'altra. Gli abitanti prendono molto sul serio il valore simbolico di questo gesto e sar necessario un anno e mezzo di trattative per fare s che tutti accettino di sentirsi legati artisticamente a persone con le quali esistono rancori e inimicizie. Il compromesso raggiunto sar che le famiglie in buoni rapporti aggiungeranno al nastro che le lega un pezzo di pane decorato. Quelle che in buoni rapporti non sono accetteranno il nastro come la traccia del confine rispettoso tra le parti.
300
Nel mare non esistono pesci piccoli, solo pesci disorganizzati e soli.
Siamo qui alle Termopili da ore e sappiamo che sar una battaglia persa. Non c' bisogno del divinatore che guardi nelle viscere degli animali per indovinare il nostro futuro: saremo sconfitti, eppure restiamo qui. Abbiamo speranza. Gli uomini spesso scambiano l'ambizione con la speranza. L'ambizione  il desiderio che le cose che fai si realizzino cos come le vuoi; la speranza  la certezza che fare quelle cose abbia un senso comunque, indipendentemente da come finiranno, perch ci sono cose che vanno fatte solo perch  giusto e necessario.
 per quelle che siamo qui e per questo non saremo noi i perdenti in quest'imbuto di roccia che chiamano Termopili: fare quello che va fatto sar comunque la nostra vittoria. Serse, il re dei persiani che ci assedia, non ragiona come noi e questo pensiero non lo potrebbe mai comprendere. Dove passa il suo esercito non cresce pi nemmeno l'erba.  un uomo feroce che vuole vincere sempre e quando non ci riesce  capace di furie cos grandi da accecarlo nelle decisioni. Dicono che una volta fece dare trecento frustate all'acqua del mare che in una tempesta gli aveva rovesciato le navi. Non ha paura degli uomini n degli dei, ma forse di noi, un pugno di spartani che non raggiungono nemmeno il numero della sua scorta personale, un po' di paura alla fine l'avr.
Intanto per  da due giorni che non capisce nemmeno cosa stiamo facendo. Crede che l'uomo che ci comanda, di cui ancora non sa il nome, sia un pazzo suicida che ci conduce alla morte senza senso. Nel corso degli anni lo hanno pensato in molti, poi per alla fine i morti li hanno contati soprattutto tra le loro file, mentre la maggioranza di noi tornava a casa dalle spose e dai figli. Leonida  il nostro comandante, eppure quando eravamo ragazzi non ci sembrava lui quello giusto: tutti tifavamo per Nicandro, che era forte, veloce come una lepre e temerario, pieno di carisma. Avevamo solo sedici anni, ma eravamo gi certi che sarebbe stato lui a comandarci e non vedevamo l'ora di obbedire a un capo cos coraggioso e forte. Un giorno per accadde una cosa che ci fece capire che stavamo sbagliando valutazione. Facevamo il bagno tra le onde della costa e l'acqua brillante ribolliva delle bracciate e degli spruzzi di quasi trecento di noi, tutta la nostra generazione di quell'anno, la stessa che oggi combatte qui, tra le pareti delle Termopili. Il nostro maestro d'armi ci chiam alla riva e ci propose una sfida molto difficile. Eravamo a pochi chilometri dal porto di Messene e lui ci chiese di immaginare di essere in guerra e di venire mandati l a prendere questa importantissima informazione: quante sono le navi ancorate al porto? Fatemi arrivare la risposta nel minore tempo possibile, come se dalla velocit dipendesse la sopravvivenza di tutta Sparta'. Si trattava di correre non meno di sei chilometri, tre all'andata e tre al ritorno, e Nicandro si offr immediatamente, affermando di poter andare veloce come una scheggia in direzione del porto. Vado solo, non serve che andiamo tutti, ci metto di meno io'. Ci sembr la scelta pi logica e lo applaudimmo incoraggiandolo: lui era di noi senza dubbio il pi veloce. Non era andato via nemmeno da un minuto quando Leonida, che era rimasto zitto mentre l'altro si offriva di fare la strada tutto da solo, disse: Ho un'altra idea. Lo guardammo tutti, curiosi di sapere che idea migliore ci potesse essere dato che nessuno di noi era veloce come Nicandro, nemmeno lui.
Laonte, tu sei svelto di gambe. Corri appresso a Nicandro e conta le navi.
Ma non sar mai veloce come lui, arriver almeno cinque minuti prima di me!
Non devi essere veloce come lui, perch a differenza di lui non correrai la strada del ritorno.
Svelto disegn uno schema sulla sabbia, mostrando come non fosse necessario che una sola persona facesse avanti e indietro tutto il percorso: bastava che uno contasse le navi e poi segnalasse la risposta a un compagno rimasto indietro di cento metri. Lungo la linea di sabbia Leonida ci dispose in modo che da ogni postazione vedessimo il compagno successivo. Ci fidammo della sua idea e cos, mentre Laonte correva appresso a Nicandro, ognuno di quei trecento ragazzi, dai pi rapidi a quelli pi lenti, si posizion a catena lungo la linea del tragitto e quello che avvenne fu qualcosa di straordinario: Laonte, come aveva predetto, riusc a contare le navi almeno cinque minuti dopo che Nicandro era gi ripartito, ma l'informazione raccolta da lui, grazie al sistema ideato da Leonida, ci mise solo pochi minuti a tornare indietro. Da solo nessuno sarebbe stato veloce come Nicandro, insieme invece lo siamo stati di pi. Quando lui, sfinito e ansante, arriv gridando: SEI! SEI SONO LE NAVI!' il maestro aveva gi ricevuto l'informazione dall'ultimo di noi rimasto alla base, uno che non aveva dovuto correre nemmeno centro metri. Da allora smettemmo di pensare che Nicandro sarebbe stato il capo. Ora che preme la battaglia e che i persiani si avvicinano, la lezione di quel giorno torna tutta intera a darci forza. Le pareti di roccia in cui ci siamo infilati funzionano come gli argini di un fiume con l'acqua: innalzano il livello, aumentano la pressione e rendono tutto veloce e potente. Per due giorni abbiamo resistito cos, meno di trecento contro pi di diecimila, una cosa che non ha senso n in matematica n in guerra, eppure siamo riusciti a farlo.
Nessun altro avrebbe potuto, perch nessun altro  addestrato come noi a pensare insieme, ad agire insieme, come se fossimo uno anche quando siamo trecento. Crescere cos  stato duro, perch pensare al plurale  pi difficile che pensare per s solamente, ma  la ragione per cui Sparta - a differenza di tutte le altre citt della Grecia - non ha mai avuto bisogno di eroi. Avete mai guardato come agiscono i pesci piccoli col loro banco quando si avvicina un predatore?  un processo misterioso, nessuno lo comprende ancora bene, ma accade che comincino a muoversi in sincrono tutti insieme, seguendo la stessa direzione e facendo gli stessi identici movimenti, stretti uno accanto all'altro, come se fossero un pesce gigante, un corpo unico di diecimila pezzi collegati. Il predatore, che si era preparato a una caccia facile di creature piccole e disorientate dal pericolo, non si aspetta quello che vede. Davanti a quella danza di piccole creature niente sembra facile, tutto assume i contorni giganteschi di un'unica creatura argentata e l dove potresti colpire qualunque pesce va a finire che non sai pi che pesce colpire. Nel mare non esistono pesci piccoli, solo pesci disorganizzati e soli. Da soli si muore di pi e prima. Da soli non si vincono battaglie. Da soli si ha sempre paura, ma a Sparta nessuno  mai stato lasciato da solo davanti al pericolo e oggi meno che mai.
Giunga dunque lo squalo Serse di Persia! Ci trover pochi, ma brillanti e uniti, pronti a fare quello che nessun eroe solitario farebbe: trasformare una sconfitta in leggenda.
BATTAGLIA DELLE TERMOPILI
GRECIA 480 A.C.
La battaglia delle Termopili, che dur solo tre giorni,  una delle pi famose dell'antichit perch, al di l dell'eroismo degli spartani, dimostra che l'intelligenza, la coesione e l'azione congiunta possono ottenere risultati che con una quantit di persone anche molto maggiore, ma non cos organizzata, sarebbero impossibili. La ragione  che quella spartana era una societ militaresca che riversava tutte le energie nella sua difesa, educando i cittadini e le cittadine secondo criteri collettivi cos rigorosi da essere diventati proverbiali.
A causa di questa focalizzazione militare se uno oggi andasse a Sparta non troverebbe alcuna delle belle opere d'arte di cui c' traccia in altre citt dell'antichit greca, perch gli spartani pensavano solo all'attivit militare e questo li rendeva capaci di grande dedizione in battaglia. Lo storico Erodoto racconta che prima di partire per le Termopili l'oracolo di Delfi profetizz che la battaglia sarebbe stata cruciale per la guerra contro i persiani, ma Leonida vi sarebbe certamente morto. Convinto della verit della profezia, Leonida prese con s solo trecento uomini e li scelse tra quelli che avevano gi figli, in modo da garantire la discendenza.


SETTANTA VOLTE SETTE

Mio padre dice sempre che Mozart ad ascoltarci si sarebbe sicuramente divertito.
Sette sono i re di Roma, ma sono tutti finiti male e nessuno li ricorda pi se non a scuola, quando te li fanno studiare a memoria come uno scioglilingua - Tullo Ostilio, Anco Marzio, Numa Pompilio... - e tu ridi perch in effetti sembrano i nomi dei sette nani, tanto fiabeschi suonano. Sette re non impressionano nessuno in una citt che ha visto finire in catene anche gli imperatori. I romani in venti secoli hanno assistito a ogni salita in gloria e al precipitare di ogni potere e non si stupiscono pi di nulla. Tutti quei re non ne hanno fatto una citt di sudditi, ma di scettici.
Sette sono i colli su cui Roma  costruita, un continuo perdifiato di salite e discese dove sono gli spazi stessi a chiederti di cambiare prospettiva e guardare il mondo ora dall'alto, ora dal basso. Tutto  relativo qui, dipende da dove lo osservi. Io sono fortunata: il mondo lo guardo dall'Esquilino, il colle dove sta il quartiere pi multietnico della citt. Casa mia, insomma.
sono le generazioni per cui devi essere stato romano per poterti dire romano davvero. Cos dice il proverbio, ma questo significa solo una cosa: che nessuno  romano, perch qui per secoli  arrivata cos tanta gente dall'Italia e da fuori che non esiste un solo abitante di Roma che non abbia un nonno, una bisnonna o un trisavolo che proviene da qualche altra parte. Questo  vero soprattutto all'Esquilino, dove non solo nessuno  romano da sette generazioni, ma a ogni generazione si cambia nazionalit. L'unico criterio per definire l'identit non  la somiglianza, ma la differenza.
Mi piace il sette. Se esiste un numero che somiglia a Roma sicuramente  lui. Credo dipenda dal fatto che  un numero primo, uno di quelli che si possono dividere solo per uno e per se stessi.  un modo per dire che si  unici al mondo. Dicono rappresenti l'infinito e del resto anche nella Bibbia settanta volte sette  il numero perfetto, quello che incarna tutta la moltitudine possibile. Roma in quella cifra ci sta tutta, perch la moltitudine se la cova dentro da secoli e per capirlo basta farsi un giro per le strade, dove incontri pezzi di storia a ogni angolo. Alcuni sono monumenti e quindi li vede chiunque, altri sono modi di stare insieme e questi, pi nascosti, li vede solo chi li vuole vedere. Essere stata per tanto tempo la capitale del pi grande impero di sempre l'ha fatta diventare il centro di molte culture, lingue e usanze, con persone di ogni colore che da secoli si intrecciano per le sue strade e le sue piazze. Dentro questo calderone di diversit ci sono quartieri in cui il miscuglio delle differenze  pi evidente:  casa mia, l'Esquilino, e il suo cuore pulsante, piazza Vittorio, quella famosa per il mercato e perch c' l'orchestra in cui suona mio padre.
Sette sono le note del pentagramma e i musicisti dell'orchestra le suonano tutte, ciascuno con uno strumento che la maggior parte delle volte  venuto pure lui da chiss dove. Si chiama proprio cos, Orchestra di Piazza Vittorio, e mio pap dice che  il nome giusto, perch si capisce subito che la sua musica non viene dalle aule composte dei conservatori, ma da una piazza dove sono finite le strade spesso dissestate che abbiamo percorso. Mio padre e i suoi amici sono musicisti nati all'aperto, dove ancora molta gente - a Roma come in ogni citt d'Occidente - talvolta vive, dorme e cerca fortuna. Suonano violini, viole, contrabbassi, trombe, ma anche strumenti che la maggior parte di chi va a sentirli non sa nemmeno come si chiamino. La loro armonia non somiglia nemmeno a quella degli strumenti con cui si fa la musica classica, eppure ci suonano anche quella. La loro versione del Flauto Magico di Mozart  fatta con gli strumenti del Centro Africa, con il cupo dei tamburi, i riverberi metallici della kalimba e le corde del niatiti. I puristi si schifano, ma mio padre dice sempre che Mozart, che aveva senso dell'umorismo e parlava tre lingue come molti di noi, si sarebbe sicuramente divertito. Quando ero piccola credevo che l'Orchestra si fosse creata spontaneamente da sola, ma oggi so che non  cos: l'hanno pensata un gruppo di italiani che si sono riuniti per salvare un vecchio cinema che rischiava di diventare una sala bingo, uno di quei posti dove gli anziani bruciano la pensione alle slot machine e i giovani imparano a metter da parte il loro talento per confidare in una fortuna che per non arriva mai. La lotta di quel gruppo di persone ebbe successo e rimise il cinema in mano al quartiere, ma c'era bisogno di fare in quello spazio qualcosa di bello, inedito e vicino alle esigenze di quel pezzo di Roma che conta quasi quarantamila abitanti. A qualcuno venne l'idea di creare un'orchestra cercando le competenze musicali proprio nel quartiere, tra di noi, cio tra quelle persone che erano venute in Italia per cercare fortuna e facevano mille lavori per campare. Non era facile: per uno come mio padre, che per vendere la verdura al mercato si alza alle quattro del mattino, la musica non era certo la prima urgenza. Il niatiti lo suonava solo per noi, alle feste maggiori. Eppure due cose al mondo possono farti sentire a casa ovunque: mangiare il cibo della tua infanzia e cantare e suonare le tue canzoni. Sul cibo ormai da anni ci siamo attrezzati, perch al mercato si vende di tutto e riusciamo a fare molti dei nostri piatti tipici, ma le canzoni, la musica, sono una cosa pi complicata, perch i pasti te li fai a casa con la famiglia, ma la musica ha bisogno di armonia, di pi strumenti, di prove, di tempo. Quel tempo in cui bisogna accordarsi per creare qualcosa insieme ci ha costretto a trovarlo l'Orchestra, ma poi ce lo ha restituito con gli interessi in bellezza, amicizia, incontri e persino viaggi. Oggi tutti vengono a vedere l'Orchestra di mio padre. In oltre quindici anni i musicisti hanno girato il mondo e fatto pi di 800 concerti in cinque continenti, da New York a Santa Cruz, da Tunisi a Melbourne, da Londra a Istanbul, dando a tutti, insieme alla gioia della musica, un messaggio di fratellanza e convivenza pi forte di mille discorsi. Sai che anche Istanbul  costruita su sette colli? mi ha detto pap quando  tornato da l. Non lo sapevo, ma ho pensato che il numero sette mi piace proprio, che siano colli o re, generazioni o note musicali, tutto quello che ci metti sopra germoglia pi forte.
ORCHESTRA DI PIAZZA VITTORIO
ROMA 2002
Piazza Vittorio  una piazza romana ottocentesca famosa per il suo mercato popolare, dove per decenni i piccoli produttori si sono dati appuntamento con i loro carretti per vendere le loro merci fresche, principalmente frutta e verdura, polli e (per le feste) pesci magri, ma anche oggetti usati, tabacco sfuso e soprattutto ricambi di biciclette, tanto che la piazza  stata usata per girare alcune scene del film Ladri di biciclette di Vittorio De Sica. La modalit di vendita degli ambulanti era particolarmente pittoresca, con grida ed espressioni idiomatiche, e insieme ai prezzi bassi costituiva uno spettacolo degno di visita che attraeva clienti da altri quartieri e turisti. Negli anni Ottanta il mercato fu riorganizzato e messo a norma, ma non ha perso la sua caratteristica popolare, rispecchiando la composizione multietnica del quartiere, abitato oggi da persone di nazionalit diverse. Il progetto dell'Orchestra di Piazza Vittorio nasce in quel contesto dall'attenzione di Mario Tronco e Agostino Ferrente e dall'attivit di coesione sociale portata avanti dall'associazione Apollo 11, che ha fatto nascere l'orchestra finanziandola con l'autotassazione e generando nel tempo non solo posti di lavoro e permessi di soggiorno, ma soprattutto un modello di integrazione attraverso l'arte che dal 2002 non ha mai smesso di fare il giro del mondo.


LE STREGHE DELLA NOTTE

UNIONE SOVIETICA 1941-1945
Il movimento per i diritti delle donne ebbe una storia speciale nell'Unione Sovietica socialista. La rivoluzione d'ottobre del 1917 introdusse infatti una nuova categoria di uguaglianza, quella dei lavoratori e delle lavoratrici, che in nome del lavoro equipar molti diritti degli uomini e delle donne, le quali da quel momento poterono anche votare (in Italia diverr possibile solo nel 1946, in Francia nel 1944, in Svizzera nel 1971). Come sempre succede nella storia, l'esperienza della libert chiama altra libert e cos le ragazze sovietiche, nella convinzione di essere pari ai loro uomini nello sforzo per costruire la nazione, chiesero e ottennero anche il diritto di poterla difendere. Le Streghe della notte furono il primo corpo speciale di aviatrici della storia e la loro impresa contribu ulteriormente ad abbattere i pregiudizi sull'inferiorit delle donne, che anche nella repubblica sovietica continuavano a resistere a dispetto delle leggi.
Il femminismo in Unione Sovietica fu molto precoce rispetto al resto del mondo.


FELICE COME UN CINGHIALE

Io non finir mai di essere grato al nostro Duce!  merito suo se sono nel posto pi bello del mondo, davanti al mare e in mezzo ad amici con i quali non devo fingere di essere quello che non sono.
Certo, magari il Duce non voleva farci un favore mandandoci tutti all'isola di San Domino, ma non importa: senza volerlo ce lo ha fatto lo stesso e adesso siamo qui, quarantacinque catanesi, prigionieri di uno scoglio in mezzo al mare, ma finalmente liberi di essere quello che sono. A dire il vero io non  che lo sappia proprio con precisione quello che sono. Dove sono cresciuto io mi hanno abituato pi che altro a sentirmi dire quello che non sono.
Non sei un vero uomo mi ha detto mio padre quando gli ho spiegato che non mi interessava andare a caccia di cinghiali con lui e i suoi amici. Mi fanno paura gli spari dei fucili e pi di tutto temo i cani sbavanti che si agitano tra i cespugli, impazziti per l'adrenalina. Lo ammetto, a me fa piet quel povero animale che fugge e che certo non capisce perch quegli uomini urlanti lo stiano inseguendo. Ho visto cosa gli fanno quando lo prendono: lo legano a quattro di spade sul carretto col muso rivolto verso l'esterno, poi girano tutto il vicinato urlando perch tutti escano a vedere l'impresa epica di aver ucciso una bestia in dieci. A volte il cinghiale  ancora vivo, solo ferito, e muore lentamente durante quel giro in cui con la sua intelligenza di bestia capisce solo che non ha pi scampo. Ma un vero uomo, mi ha spiegato mio padre, non ha piet della vita di un essere inferiore, nato per essergli sottomesso. L'animale  pi debole e l'uomo pi forte e ne fa quel che vuole. Vuoi essere considerato pi debole di un animale? Vuoi che tutti pensino che sei una femminuccia?
Questa cosa della femminuccia  il vero punto, e questa parola  stata il mio incubo per tutta l'infanzia. Cosa avranno mai le femmine di cos brutto da non dovergli proprio somigliare, nemmeno per sbaglio? Non l'ho mai capito davvero. Mia sorella, per esempio, anche se  pi piccola di me, dei cani non ha avuto mai paura, quindi in che senso se io ho timore dei cani sarei una femminuccia? A lei non l'ha morsa mai alcun cane, io invece avevo sei anni quando quello del vicino mi si  lanciato addosso e solo correndo come un dannato fino a oltre il cancello di casa sono riuscito a sfuggirgli.
Ho rispetto della paura, dato che  la paura che mi ha salvato. Ma per mio padre la paura  solo debolezza. Quando cadevo e mi facevo male diceva che non dovevo piangere, che dovevo prendere esempio da lui. Una volta gli  caduto sul piede il ceppo d'olivo che stava portando in casa per farci il fuoco e dal male che gli ha fatto voleva piangere di sicuro, invece si  morso il labbro cos forte che gli  uscito il sangue, perch per lui non essere una femminuccia vuol dire che ti devi fare male due volte, prima al piede e poi al labbro. A me sembra una cosa stupida, ma ho capito che per lui  importante, forse per via del Duce. Il Duce non piange mai! Il Duce non ha mai paura! Il Duce con coraggio offre indomito il petto al pericolo! Il Duce  un vero uomo, quello a cui tutti dovremmo cercare di assomigliare.
Qui a San Domino invece ci sono solo uomini come Filippo, che ha paura dei tuoni e il petto preferisce darlo al vento quando corre in bicicletta, oppure come Giovanni, che a volte lo scopro a piangere per la nostalgia dei fratelli e il petto glielo ho visto porgere solo alle onde del mare quando si tuffa. Io sono come loro e insieme a noi ci sono altri quarantadue uomini di Catania che forse prima o dopo hanno tutti offerto il petto alla cosa che il regime considera sbagliata. Siamo qui per condanne da poco, chi per un anno, chi per tre, nessuno comunque per pi di cinque, perch questa  la pena che il regime fascista d a chi  sospettato di reati contro la razza o contro il pudore. Per il tribunale siamo tutti spudorati, qui a San Domino.  bastato poco per diventarlo. Qualcuno  stato visto abbracciare un amico. Qualcun altro vestirsi da donna a carnevale. C' persino chi, come me,  stato denunciato in segreto e non sa nemmeno bene di cosa sia accusato. Siamo venuti qui tutti impauriti, spaventati all'idea di essere soli in mezzo ad altri sconosciuti, pronti a difenderci, a ricominciare a nasconderci, guardati a vista dai carabinieri che ogni notte ci chiudono nelle camerate senza fogne e vanno via per tornare a controllarci il mattino dopo.
Chi ci ha mandato qui era convinto di metterci in una brutta specie di prigione, sperando forse che ci saremmo ammazzati tra noi o suicidati o che saremmo spariti da soli, dimenticati come incrostazioni sugli scogli dell'isola. Non pensava di certo che le cose sarebbero andate come poi sono andate. Nessuno dei giudici che ci ha condannato immaginava che, mettendo insieme quarantacinque uomini che il regime considerava diversi, strani e devianti, li avrebbe trasformati in una comunit di persone tutte uguali, dove per nessuna di loro sarebbe pi stato necessario nascondersi o fingersi diversa da quella che era. Di giorno qui ciascuno fa quello che pu per campare oltre le poche lire che ci passano per mangiare. C' chi cerca funghi e li rivende al paese, chi raccoglie fichi e li porta casa per casa, c' Peppino che si  messo a fare il falegname, Giovanni il fabbro, Filippo e Santo pescano in mare e io faccio il sarto, che quello mi ha insegnato mia madre a fare. La sera per organizziamo feste, cantiamo, facciamo teatro per non morire di noia e dentro i travestimenti degli spettacoli possiamo essere tutto, giovani o vecchi, uomini o animali, maschi o femmine, senza che nessuno venga a dirci che esiste un modo sbagliato o un modo giusto di essere una o l'altra cosa.
A volte mi manca casa mia, mia madre e la sua parmigiana, le mie sorelle che mi vogliono bene, persino mio padre mi manca a volte, ma poi mi rendo conto che se mi mandassero via da quest'isola lascerei l'unico posto al mondo dove nessuno ha mai pensato di offendermi chiamandomi femminuccia. Forse un giorno diranno che il Duce ha fatto anche cose buone. Ecco, io spero che quel giorno qualcuno si ricordi di noi e di questa prigionia, perch mandarci qui da innocenti non  una cosa buona di sicuro.  vero per che mentre lui pensava di fare una cosa cattiva - isolarci, emarginarci, farci sentire braccati come un cinghiale senza pi scampo dai suoi cacciatori - noi qui uniti l'abbiamo fatta diventare una cosa bellissima. Quello che da soli era soltanto un esilio, insieme  diventato un regno di libert.
CONFINO DI SAN DOMINO
ISOLE TREMITI 1939
Il regime fascista dur dal 1922 al 1945, anno della fine della guerra, e sotto il comando di Mussolini in quel ventennio furono varate molte leggi contro la libert delle persone, dalle persecuzioni razziali a quelle contro la libera associazione, che sciolsero partiti, sindacati e associazioni di ogni tipo. Decine di dissidenti o di odiati dal regime furono arrestati, mandati al confino o spediti nei campi di concentramento per essere uccisi; tra questi ci furono, oltre agli ebrei, gli omosessuali, le lesbiche, gli zingari e le donne accusate di malattia mentale a causa di comportamenti anticonformisti o femministi. La persecuzione omofobica nasceva dal machismo strutturale del nazifascismo, che nutriva la convinzione che tra gli italiani, popolo virile per eccellenza, non esistesse l'omosessualit, ma solo comportamenti invertiti che minacciavano il decoro pubblico e la stabilit della razza. L'isola di San Domino fu un esempio felice di come la stupidit del regime, volendo limitare le libert dei gay, le avesse in realt ampliate. A molti altri omosessuali, uccisi a botte dalle squadracce o mandati ai forni crematori, non and altrettanto bene.


UN ANGELO PER CAPELLO

Essere malati in un certo senso vuol dire essere speciali, ma solo se c' qualcuno che quella specialit decide di amarla cos com'.
Ottanta. Ottanta bambini di quarta elementare corrono per la palestra della scuola gridando di gioia, completamente calvi.  colpa nostra: gli abbiamo appena tagliato tutti i capelli io e altri otto colleghi e ogni singola ciocca  stata riposta ordinatamente in una scatolina per essere venduta a chi realizza le parrucche per i calvi veri, quelli a cui i capelli non ricresceranno mai pi. Perch mai i bambini dovrebbero dare via i loro capelli quando ci sono cos tanti adulti che possono farlo?  cominciato tutto un mese fa, quando  venuta in parruccheria la maestra di mia figlia a farsi la permanente. Mentre parlavamo le ho chiesto come stesse davvero Marlee Pack di salute. Marlee  la migliore amica di mia figlia Cameron e all'inizio dell'anno le hanno trovato il cancro.  stato un brutto momento per tutti e abbiamo dovuto spiegare a Cameron che cosa volesse dire, perch fino a quel momento aveva visto ammalarsi solo persone adulte. La malattia di un bambino  difficile da accettare anche se sei grande, ma se sei piccolo  proprio incomprensibile. Ora per fortuna Marlee sta facendo la chemioterapia e dicono che sopravviver, che le cure sono diventate molto pi efficaci e che appena il suo corpo sar di nuovo forte potr tornare a scuola. Dio benedica i soldi per la ricerca! Mi fa piacere che Marlee torni, perch Cameron da quando  cominciata questa malattia non si dava pace. Il banco accanto al suo era vuoto da mesi e lei scriveva a Marlee tutti i giorni, dispiaciuta di non poter andare a trovarla perch il suo sistema immunitario era ancora troppo fragile. Sperando di tirarle su il morale, a tavola le ho raccontato che avevo incontrato la maestra e che Marlee stava bene ed era pronta a tornare a scuola. Manca poco a rivederla. Solo ti dovrai abituare a vederla per un po' senza i capelli, perch le sono caduti con la cura. Ma ricresceranno'. Cameron fissava il piatto come se nemmeno vedesse il cibo. Poi d'improvviso mi ha detto: Babbo, anch'io voglio tagliarmi i capelli a zero'. Io e mia moglie l'abbiamo guardata increduli. Mia figlia  bionda e ha bellissimi riccioli dorati di cui va molto fiera. Ce la siamo immaginata calva e ci  passata all'improvviso la fame, cos. Ho provato a farla ragionare dicendole che nessuno si taglia i capelli a zero, a parte i naziskin e quelli che non riescono a debellare i pidocchi. Tu non sei una naziskin e non hai mai avuto i pidocchi, quindi non serve che te li tagli'. Lo so.  solo che Marlee mi ha scritto che ha paura di tornare a scuola senza i capelli, che tutti la guarderanno, che tutti penseranno che non  bella o che  ancora malata. Non voglio che torni a scuola e si senta diversa perch non ha i capelli'.  nobile, ho pensato, ma le ho detto che era una cosa un po' inutile. Non  una discriminazione avere i capelli ed essere sani. Cameron non ha voluto sentire ragioni e ha detto Domani lo annuncio in classe'. L'ho lasciata fare, certo che nessuno l'avrebbe seguita in una cosa tanto illogica. Forse che Marlee guarir prima se tutti si conceranno come dei malati di cancro per lei? Ma le cose non sono andate come credevo io. Cameron  tornata a casa dicendomi che altri bambini avevano detto di voler fare la stessa cosa. Non potevo crederci, ma in capo a una settimana i volontari erano diventati decine e alla fine la maestra  tornata in parruccheria a parlarmi. Vogliono farlo. Hanno letto che i capelli dei bambini sono molto ricercati perch sono pi morbidi e resistenti e che i produttori di parrucche li pagano di pi. Vogliono donare il ricavato alla ricerca'. Mi sono vergognato di essere stato cinico con mia figlia. Ho tanti amici col cancro, eppure non mi  mai venuto in mente di tagliarmi i capelli per solidariet, n ho mai visto farlo a qualche altro adulto. Ciascuno di noi pensa che quella con la malattia sia una battaglia solitaria, da tenere anche un po' nascosta per non dover subire la pena di vedere un essere umano che lotta contro le sue stesse cellule impazzite. Invece un bambino questi ragionamenti non li fa. Per lui conta soltanto che il suo amico non si senta strano, diverso in modo brutto, solo. Quando i bambini sono diventati ottanta l'idea di tagliare tutti quei capelli stava cominciando a somigliare assurdamente a una festa e allora ho chiamato qualche mio collega per darmi una mano. Ne sono arrivati otto. Hanno lavorato tutti gratis ed  finita che abbiamo passato un incredibile pomeriggio a rasare piccole teste felici, con Marlee Pack impazzita di gioia perch ha potuto passare il rasoio elettrico proprio sulla testa della sua maestra, facendo cadere a terra la sua permanente con grida di entusiasmo. Guardali, sono ricci indiavolati!' rideva. Hai un diavolo per capello!' Poco fa le osservavo, mia figlia e la sua piccola amica sopravvissuta, guardarsi in faccia e carezzare l'una la testa dell'altra come in uno specchio magico. Ridevano come matte facendo le smorfie e non ho mai visto nessuno cos felice di non avere i capelli. Li abbiamo venduti per venticinquemila dollari, una bella somma da donare alla ricerca sul cancro, ma non  quella la cosa pi importante. Quello che conta  che queste bambine, senza che noi fossimo capaci di insegnarglielo, hanno capito da sole che se la vita ti porta via qualcosa e ti rende fragile, non  la forza dell'altro che ti serve, ma sapere che la tua debolezza  accolta e capita, che nessuno la teme o la sfugge. Essere malati in un certo senso vuol dire essere speciali, ma solo se c' qualcuno che quella specialit decide di amarla cos com'. Altrimenti essere speciale  solo un modo gentile per dire che sei solo.
MERIDIAN ELEMENTARY SCHOOL
COLORADO 16 MARZO 2016
I tumori infantili sono una delle cose della vita pi difficili da accettare, perch l'innocenza inconsapevole dei pi piccoli e l'impossibilit di trovare cause alla malattia nelle loro abitudini fa s che la diagnosi di un cancro pediatrico sia percepita da tutti come particolarmente dolorosa e ingiusta. Per fortuna negli ultimi quarant'anni la ricerca ha fatto passi da gigante e il tasso di mortalit  in netta diminuzione. I bambini e i ragazzi tra 0 e 19 anni che muoiono di tumore sono sempre meno: nel 2018 i decessi sono stati un terzo di quelli che si registravano negli anni Settanta e l'aumento delle attivit di prevenzione ha giocato un ruolo molto importante in questo miglioramento. Mentre la medicina faceva il suo percorso  aumentata anche la sensibilit sulla condizione emotiva dei piccoli malati. Molte forme di associazionismo si sono organizzate per portare allegria e sollievo morale nei reparti di oncologia pediatrica attraverso il gioco, la clownterapia e altre forme di coinvolgimento che aggiungono alle cure chimiche e chirurgiche la componente che per le persone malate  la pi necessaria di tutte: la relazione con gli altri.


TUTTO PER UN VOTO

MATITE CONTRO FUCILI? NON  COS 
CHE VOGLIAMO DECIDERE DI NOI STESSI.
Il pacco  arrivato oggi, dritto dritto dalla Cina, e l'ho portato a casa questo pomeriggio.  grande pi o meno come la cuccia di un piccolo cane ed  identico ad altre decine che in questi mesi sono arrivati a tutti gli uffici postali della Catalogna. Che arrivino a Girona, a Barcellona, a Vic, a La Garriga o a Tarragona, noi postini lo sappiamo cosa c' dentro: scatole di plastica.
Gli abitanti della Catalogna da mesi stanno comprando scatole di plastica dalla Cina. A cosa servono? Tutti lo sanno, ma nessuno pu dirlo. Vengono uno a uno, le ritirano e se ne vanno con il pacco sotto il braccio. Spesso a prendere i pacchi sono le donne e arrivano allo sportello in gruppi di due o di tre. Anche gli uomini vengono, ma sempre soli, e talvolta arrivano pure ragazzi e ragazze pieni di allegra baldanza. Tutti hanno in mano i foglietti di notifica del ritiro, li mettono sul banco e chiedono il loro pacco.
Tre giorni fa una nuova collega al banco dei ritiri ha chiesto: Ma com' che tutti comprano queste scatole adesso? Ne arrivano decine! La direttrice dell'ufficio postale ha sollevato la testa dalle sue scartoffie, l'ha guardata per un attimo e poi ha detto: Servono a tenere in ordine gli armadi, sono molto pratiche per il cambio di stagione: ci metti la roba dentro e addio umidit e tarme. Ne ho tre anch'io. Ha rimesso il naso nelle scartoffie e io ho sorriso alla nuova arrivata, alzando le spalle per non farla sentire troppo esclusa dalla moda locale di riordinare gli armadi con scatole cinesi.
La mia collega non  catalana, altrimenti saprebbe quello che tutti in Catalogna sanno perfettamente: che quelle scatole non servono a riordinare, ma a votare. Saranno le urne dove tra una settimana potremo esprimere il nostro s o il nostro no all'indipendenza della Catalogna dalla Spagna. Ma se ogni catalano lo sa, perch  tutto cos misterioso? Per spiegare la risposta a questa domanda serve davvero molta pazienza, perch il suo senso  comprensibile solo a chi vive qui, si sente democratico e vuole decidere con metodi democratici anche le cose pi scomode da chiedere.
A differenza del Regno Unito, che qualche anno fa ha sostenuto un referendum per l'indipendenza della Scozia, il governo spagnolo ha detto che noi non possiamo votare sull'indipendenza. Si pu votare per tutto, dicono, ma non per questo. Lo stato spagnolo  unico e indivisibile, lo dice la costituzione, e quindi nessuno pu dichiararsi indipendente. Ce lo ripetono da decine di anni, ma per noi significa solo che sono decine di anni che ci prepariamo a questo voto. Non siamo tutti d'accordo sull'indipendenza, ma  per questo che si vota, no? Molti hanno paura. Si chiedono se siamo pronti per essere una nazione autonoma, se l'economia ce la pu fare oppure no, se davvero possiamo avere la forza di governarci da soli.
Anche io avevo dei dubbi, ma pochi mesi fa  successa una cosa che ha cambiato l'idea di tante persone e anche la mia. La nostra capitale, Barcellona,  stata devastata da un attentato terribile che sulla Rambla, la passeggiata principale della citt, ha visto morire sedici persone per colpa di un terrorista che ha creduto di onorare Allah andando addosso alla gente con un furgone. Oltre centotrenta persone sono rimaste ferite ed erano di almeno trentaquattro nazionalit diverse, perch Barcellona  una citt internazionale.  stato terribile e ci ha fatti sentire fragili, ma abbiamo reagito tutti uniti, donne e uomini, neri e bianchi, vecchi e bimbi, cristiani e musulmani. Siamo scesi in piazza per piangere insieme il nostro dolore, ma anche per dire al mondo che siamo una cultura aperta, un porto di mare con intrecci culturali secolari, e non vogliamo smettere di esserlo solo perch qualcuno cerca di spingerci a farlo con il terrore e la morte.  stato da quella forza, da quella volont di restare uniti e accoglienti insieme che molti hanno capito che siamo gi all'altezza di essere una nazione, anche se ancora non abbiamo uno stato.
La settimana prossima quella scatola di plastica che viene dalla Cina potrebbe per essere la nostra occasione per averlo. Bisogna solo tenerla ben nascosta ai poliziotti spagnoli. Il governo di Madrid ha infatti dato ordine a tutte le forze armate di cercare scatole di cartone ovunque, perch le urne si fanno con le scatole di cartone e se vuoi scoprire chi sta organizzando un'elezione non devi fare molte ricerche: cerca i produttori di cartone all'ingrosso, intercetta un cospicuo ordine di scatole e sequestrale. Per questo non voteremo in scatole di cartone: lo faremo in scatole di plastica venute dalla Cina, ordinate da decine di persone diverse in quantit diverse da citt diverse in giorni tutti diversi. Saranno comunque centinaia di urne, ma i poliziotti spagnoli non le troveranno mai, perch chi le ha ordinate ha la consegna del silenzio: non deve dire a nessuno che ha la scatola n a cosa serve, n alla moglie o al marito, n ai figli o ai genitori. Una scatola senza una storia  solo un contenitore, ma un contenitore protetto dal giusto silenzio la storia la pu anche cambiare.
Anche io avevo da custodire il segreto di una scatola. Questo pomeriggio l'ho portata a casa, l'ho messa sotto il letto e domenica prossima, prima che il sole sorga, andr con i miei figli Jordi, Noem e mia moglie Mercedes dove sappiamo di poter votare insieme a tutti gli altri. Non  una scuola il posto dove andremo: lo stato spagnolo ci ha vietato di usare i suoi edifici pubblici, anche se sono pagati con le nostre tasse. Non  nemmeno il municipio, perch sono stati emanati degli ordini per impedire ai sindaci di farci votare e l'esercito ci aspetta l davanti per vedere se avremo il coraggio di farlo anche contro la forza delle armi.
Matite contro fucili? Non  cos che vogliamo decidere di noi stessi. Per questo io porter la scatola nella parrocchia di Sant Jordi e mentre il sacerdote celebrer la messa tutti andranno nei locali parrocchiali e voteranno in silenzio per il s o per il no, infilando nell'urna di plastica la loro scheda. Comunque vadano le cose, giusto o sbagliato che sembri il risultato visto da fuori, domenica noi catalani voteremo, perch lo abbiamo meritato. Il voto  personale e ciascuno nell'urna si esprimer in segreto da solo, ma ognuno sa che stiamo decidendo del nostro destino insieme.
Prima di andare a dormire mio figlio Jordi, che ha solo quattro anni, mi ha chiesto di disegnargli la cosa pi bella che sapessi fare. Prima ho pensato di disegnargli una farfalla con le ali doppie, una danzatrice dell'aria che lui potesse colorare come la fantasia gli suggeriva, poi ho pensato fosse meglio un albero pieno di frutti, magari anche frutti diversi allo stesso tempo, arance e ciliegie, mele e susine, perch nella fantasia si pu pensare tutto, anche gli alberi multifrutta. Alla fine per gli ho disegnato sul foglio solo un segno X, perch per me oggi  quello il segno pi bello del mondo. Domenica lo metter sulla mia scheda e per disegnarlo mi ci vorr tutta la fantasia necessaria a sognare la cosa che da immaginare  la pi difficile di tutte: una nazione libera.


REFERENDUM CATALANO

1 OTTOBRE 2017
Gli stati europei come li conosciamo sono il risultato di molte guerre successive e i confini che oggi chiamiamo nazionali sono convenzioni politiche che raramente coincidono con le appartenenze linguistiche e culturali delle popolazioni che le abitano. Dentro il medesimo stato politico possono quindi avere patria diverse nazioni, cio popoli che condividono la stessa continuit culturale, storica e linguistica. Queste nazioni senza stato - come la Scozia, l'Occitania, il Paese Basco, le Fiandre, la Sardegna, la Corsica e la Catalogna - hanno in corso da decenni processi di autodeterminazione che quando arrivano a un punto di scelta sfociano solitamente in un referendum popolare. Il caso pi recente  quello della Scozia che ha chiamato i suoi cittadini alle urne nel 2014 con l'accordo e il riconoscimento dello stato britannico. La Catalogna nel 2017 non ha trovato nello stato spagnolo un interlocutore altrettanto disposto all'ascolto della volont popolare e ha dovuto ingegnarsi in modo creativo per fare comunque la sua consultazione.


#ABBIAMOUNANAVE

UNA NAVE NON  SOLO UNA NAVE:  UN'IDEA CHE GALLEGGIA E DICE CHE IN QUESTO MARE, IN QUESTO MONDO, NON SIAMO SOLI.
Sono le due del mattino del 12 ottobre 2018 quando alla nostra nave arriva gracchiante uno stentato SOS. C' una barca di otto metri in difficolt con dentro circa settanta persone, tra cui donne e bambini. Intervenite'. A bordo della nostra nave siamo gi tutti svegli e sappiamo cosa fare, perch non siamo pescatori e non ci troviamo nel Mediterraneo per caso. Tra attivisti umanitari, esperti di salvataggio in mare, due giornalisti e una scrittrice siamo circa una dozzina e non ci manda alcun governo. Tra di noi c' Valerio, un videoreporter che ha partecipato a cos tante missioni che  diventato un esperto di salvataggi anche lui: ha la telecamera e le macchine fotografiche, ma  uno che  capace di capire quando posarle per avere le mani libere e poter aiutare. C' Nello, che fa il giornalista e combatte tutti i giorni contro la disinformazione che non vorrebbe raccontare il dolore, le torture e la paura di chi arriva disperato. C' Caterina, che fa la scrittrice ed  salita per offrire alle loro storie una voce diversa, perch il ricordo di questa speranza diventi memoria per tutti. Poi c' l'equipaggio, i volontari, i tecnici, l'armatore che fino a ieri era un operatore sociale e oggi ha la responsabilit di tenere in piedi questo sogno di resistenza. Vorrei dirvi che ci paga le spese qualche magnate benefattore, ma purtroppo non  cos. Per comprare questo vecchio rimorchiatore di trentasette metri che si chiama Mare Jonio ci siamo indebitati dando a garanzia le nostre case e chiedendo donazioni a chiunque volesse contribuire, perch Mare Jonio, prima ancora che una nave,  un'idea. Sembra una follia andare in mezzo al mare in un momento in cui tutti i governi europei vorrebbero che il mare fosse un muro e impedisse a chiunque di entrare, ma  grazie a quella follia se sulla nostra nave  appena arrivata una richiesta di aiuto che senza di noi sarebbe rimasta inascoltata. Io sto al timone e l'ho sentita forte e chiara, e ho chiamato tutti gli altri davanti alla radio perch la ascoltassero anche loro. Nel buio quell'SOS  risuonato come un coro, come se tutte e settanta le persone sulla barca alla deriva stessero chiamando contemporaneamente il nostro nome. Stare sul mare di notte ti fa provare quello che devono aver sperimentato gli astronauti nello spazio profondo: le acque nere sembrano infinite, non esiste l'orizzonte, i suoni della natura compongono un silenzio minaccioso che non ti fa chiudere occhio e a volte, come stanotte che  nuvoloso, nemmeno il cielo ti rischiara la rotta. Le onde sono alte due metri e la nave cigola con mille lamenti a ogni sbalzo, inondandoci di spruzzi salati che bruciano la pelle. Morire in queste acque  la cosa pi terribile che possa accadere, eppure almeno dieci persone vi perdono la vita ogni volta che cala il sole. Cercano di trovare scampo alla guerra, alla fame e alla carestia, ma la prima cosa che incontrano  questo immenso confine d'acqua, che pu essere una via che ti porta all'altra riva, ma anche la tomba invisibile di tutti quelli che non riescono ad arrivarci.
Quella delle migrazioni  una sfida molto grande per l'Europa, perch sono sempre di pi le persone che arrivano per cercare scampo in qualche stato del vecchio continente. Non  un fenomeno nuovo: l'Europa  nata cos, da molte migrazioni successive e dall'incontro tra culture e popolazioni diverse, ma da troppo tempo le condizioni di vita e i confini si sono stabilizzati e le persone si sono convinte che questo non debba cambiare pi. Per molti  sorprendente e pauroso vedere arrivare grandi quantit di persone di altre popolazioni. Gli stati europei, incapaci di governare questi timori, hanno chiuso prima le frontiere di terra, costringendo i migranti alla via del mare, poi come bambini impauriti hanno chiuso anche i porti. Il risultato  che per chi parte  rimasta solo la morte in acqua, nel silenzio delle onde nere che lentamente si chiudono su uomini, donne e bambini, senza testimoni. Questo era vero sino alla scorsa settimana, per, perch adesso qualche testimone c'. Ci siamo noi e siamo tanti. Non solo quelli che sono su questa barca, ma molti, moltissimi altri che questa barca non sanno nemmeno come  fatta, eppure ci stanno credendo con tutti i loro sforzi. Mentre salivamo sulla Mare Jonio per metterla in mare, a terra in Italia succedeva infatti un piccolo miracolo: come una scintilla che piano piano accende un fuoco pi grande, migliaia di uomini e donne si sono fatti avanti chiedendo di poter aiutare la nave a stare in mare. In poche settimane su tutto il territorio si sono moltiplicate centinaia di iniziative: cene di solidariet, spettacoli di raccolta fondi, collette nelle scuole, pesche miracolose nelle parrocchie, concerti di sensibilizzazione, eventi sportivi, appelli mediatici, un vero e proprio tsunami di creativit che sta finanziando la nave in modo costante, forte e motivato. I contributi sono cos tanti che stanno ripagando i debiti della nave e le stanno garantendo la possibilit di restare in mare a raccontare e salvare. La vicinanza dei donatori comuni sta dando a tutti un messaggio forte: in questo mare, come in questo mondo, non siamo soli.
Non  solo chi parte per salvarsi, non  solo chi aguzza lo sguardo verso il buio alla ricerca di un segno di vita e non sono solo nemmeno io, con le mani su un timone che sta guidando la rotta per la barca in difficolt che ha chiesto aiuto. Nessuno ha il diritto di girarsi dall'altra parte e fare finta di non vedere. Sono il capitano della Mare Jonio e non importa se non sapete il mio nome. In mare i nomi non servono per riconoscersi umani.
MEDITERRANEA SAVING HUMANS
MAR MEDITERRANEO 12 OTTOBRE 2018
Il Mediterraneo, dopo essere stato per secoli la pi grande autostrada del mare della storia, negli ultimi vent'anni  diventato soprattutto uno dei maggiori cimiteri a causa del numero di persone che ogni anno vi perdono la vita nel tentativo di migrare verso una vita migliore. Per chi scappa dalla guerra, dalla fame o dai disastri ambientali la scelta del mare come via di migrazione  diventata obbligata a causa della chiusura delle vie di terra tra il sud e il nord del bacino mediterraneo, ostruite da nuovi muri e frontiere pi severe. Le leggi internazionali in teoria impongono il salvataggio dei naufraghi, ma l'attivit delle navi che appartengono ai sistemi statali  spesso frenata dalle politiche di respingimento che in questi anni sono aumentate in tutti i governi europei, facendo salire il rischio di morte in mare per abbandono. Per questa ragione le navi non governative, guidate da attivisti per i diritti umani che non rispondono alle politiche dei governi, hanno contribuito a salvare centinaia di vite umane. La Mare Jonio  la prima nave italiana non governativa a fare questo.


COME UNA BARRIERA CORALLINA

COME MEMBRI DI UNA SPECIE EVOLUTA NON POTEVAMO PERMETTERCI DI ESSERE CAPACI DI UNA COSA SOLA.
Mi chiamo Salvatore Lo Bianco, non ho nemmeno la terza elementare e tra due ore ricever una laurea honoris causa in Scienze naturali all'Universit di Napoli. Vorrei che il professor Dohrn fosse qui a vedermi, perch questo risultato incredibile  merito suo, del suo genio e della sua determinazione. Tutti conoscono il professore per il suo capolavoro: aver immaginato, costruito e portato al successo la Stazione Zoologica di Napoli. Ma io lo ricorder sempre perch ha trasformato le persone che ci lavoravano - a partire da me - in qualcosa che non avrebbero mai potuto nemmeno immaginare di essere.  tutta colpa di Darwin e della teoria dell'evoluzione, quella sua idea per cui sopravvive solo chi meglio si adatta ai cambiamenti. Il professor Dohrn ci ha creduto con tutte le sue forze, ma all'inizio crederci non era cos facile come pu sembrare adesso. Quando Darwin pubblic il suo libro L'evoluzione della specie ci fu una vera rivoluzione nel mondo, non solo nella comunit scientifica. Quella teoria mandava in pensione con una sola intuizione tutta la dottrina religiosa sulla creazione nella Genesi e anche tutta la scienza naturale che fino a quel momento era stata formulata. Improvvisamente tutti cominciarono a ripensare alle specie viventi non come a qualcosa che esisteva cos da sempre e andava solo catalogato, ma come al risultato di un processo dove moltissime caratteristiche si erano perse per strada ed erano rimaste solo quelle pi utili alla sopravvivenza. In ogni animale diventava possibile vedere il passato della specie e anche il potenziale del futuro. Persino noi esseri umani non eravamo sempre stati cos, ma venivamo dalle scimmie e prima ancora da altri animali pi elementari, fino agli organismi primordiali marini, che Darwin credeva fossero la base di tutte le specie, anche di quella umana. All'improvviso tutti volevano studiare gli animali del mare.
Nel giro di poco tempo erano stati costruiti quattro laboratori marini in giro per l'Europa, ma erano sedi distaccate delle universit, non centri di ricerca autonomi. Il professor Dohrn invece voleva essere del tutto libero dal controllo delle istituzioni e sognava un posto in cui la scienza potesse essere praticata con i migliori strumenti, ma senza dipendere dalla burocrazia accademica. In Europa c'erano almeno venti posti dove la sua idea avrebbe potuto realizzarsi, ma lui scelse Napoli. Il golfo in quegli anni non era come adesso, non c'era inquinamento e le specie marine erano tantissime e tutte diverse, un paradiso per gli studiosi. E poi Napoli era una capitale! Era la citt pi popolata d'Europa e gi allora ci venivano per turismo quasi trentamila persone all'anno, oltre ai migliori cervelli di tutte le scienze e le arti. Il professore riusc a farsi dare dal comune un pezzo di terra del parco della villa reale per costruirci la Stazione e fu l che cominci la mia fortuna. Avevo solo quattordici anni, ero il figlio del portinaio e a stento sapevo scrivere il mio nome, ma lui mi disse Apriremo un acquario e tu mi aiuterai'. Mai avrei immaginato che un giorno sarei diventato il massimo esperto della cura e della conservazione degli animali marini in cattivit, ma il professore sognava in grande e dentro il suo sogno siamo cresciuti tutti.
Quando la Stazione fu pronta e l'acquario fu costruito, cominci un'avventura che ancora oggi se guardo indietro mi sembra straordinaria, perch si realizz grazie al solo potere delle intelligenze unite per farla. Sin da subito si cre un clima da congresso scientifico permanente, con studiosi di tutto il mondo che andavano e venivano a periodi e studiavano tutti cose diverse. Fisiologi, medici, zoologi, chimici, naturalisti di ogni provenienza, scienziati di ogni disciplina collegata alla vita. E poi un sacco di gente che costrui-
va le cose che servivano: tecnici, apprendisti, meccanici, fabbri, vetrai, scalpellini, artigiani di ogni tipo! Stava nascendo una scienza nuova e le servivano attrezzature che ancora non esistevano. In quegli anni decine di strumenti di studio, come il microscopio, furono inventati o perfezionati nella nostra Stazione. Insieme a tutte queste persone che andavano e venivano ce n'erano alcune che in apparenza non c'entravano niente con le scienze naturali, ma il professor Dohrn la vedeva diversamente: invitava poeti, pittori, scrittori, musicisti, artisti di ogni genere che venivano a stare con noi per brevi periodi oppure una sola sera, magari per un concerto nella sala che avevamo costruito apposta per le esecuzioni musicali. La loro energia in modo misterioso si univa a quella degli scienziati generando un'armonia che faceva della Stazione qualcosa di davvero speciale, un santuario per ogni intelligenza. Molti anni dopo tutto quello sarebbe stato considerato come un normale modo di lavorare, ma in quel momento nessuno organizzava lo studio in quel modo. Gli scienziati erano creature solitarie e individualiste, che lavoravano da soli o al massimo con poche persone con la stessa specializzazione. La possibilit di convivere alla pari, di scambiarsi idee e di influenzarsi anche tra discipline diverse fu il vero segreto della Stazione, che permise a chi ci veniva di arrivare a risultati che da solo non avrebbe mai potuto raggiungere. Non  mica per caso se nell'arco di novant'anni sono stati diciannove i premi Nobel assegnati a persone che avevano messo a punto le loro ricerche a Napoli! Anzi, credo di poter dire che nove decimi di tutte le opere fondamentali della zoologia recente sono state eseguite l, alla Stazione, dove si stava insieme.
I soldi per quel sogno venivano raccolti in modi creativi e del tutto unici, che dipendevano proprio dal nostro stare insieme: nessun istituto di ricerca del mondo si finanziava come facevamo noi. Una parte dei denari veniva dall'acquario che curavo io, e con questo non voglio dire che fu merito mio, perch certo allora non mi sarei mai immaginato che la gente avrebbe pagato per vedere cosa c'era sul fondo del mare. I biglietti invece si vendevano come il pane e pagavano le spese di molte delle nostre attivit. Un altro modo intelligente di finanziare le attivit era quello di dividere i progetti in modo autonomo - i tavoli, li chiamavamo - e farli finanziare singolarmente da istituzioni sempre diverse. Cos in un mese normale di lavoro alla Stazione c'erano otto progetti di ricerca contemporaneamente, tutti diversi, che procedevano con i soldi della Francia, della Spagna, del Giappone, di questo o quel mecenate privato, tutti liberi di studiare quel che volevano e ciascuno unico capo del proprio progetto. Nessuno faceva una sola cosa nella Stazione, nemmeno i dipendenti fissi, nemmeno gli inservienti come me: dovevamo saper fare tutti tutto. Oggi si direbbe che eravamo multitasking', ma allora pensavamo semplicemente che come membri di una specie molto evoluta non potevamo permetterci di essere capaci di fare una cosa sola.
Ogni volta che volevo occuparmi solo di pesci e tartarughe e non volevo saperne niente dei conti della biglietteria pensavo a una cosa che mi aveva detto un entomologo che studiava l: Impara pi cose che puoi, Salvatore: solo gli insetti si specializzano. Sei un insetto tu?' Non sono un insetto, nossignore, ma forse sono un corallo. L'ho capito mentre crescevo dentro alla Stazione, in mezzo a quelle persone curiose, perch se devo paragonarla a qualcosa di marino credo sarebbe proprio una barriera corallina. Purtroppo dicono che stanno solo nei mari tropicali e vederne una  l'unico sogno che non realizzer in vita mia. Mi piace per pensare che l'idea di quel cerchio vitale abbia abitato per un po' anche nel golfo di Napoli, per trasformare in un'architettura marina pulsante di vita mille piccoli sedimenti da soli insignificanti. L c' anche il mio.
STAZIONE ZOOLOGICA
NAPOLI 1872
La Stazione Zoologica di Napoli  stata il centro pi importante di studi biologici esistente al mondo tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento e tutt'ora  impossibile capire cosa sarebbe oggi lo stato della scienza biologica senza la sua influenza. Tra le sue mura  stato elaborato il concetto di omeostasi e sono state comprese la natura dell'emocianina, le correlazioni umorali e nervose, la genesi delle melanine, l'identificazione dell'acetilcolina nel sistema nervoso, la neurosecrezione, la natura dell'impulso nervoso e dei processi ionici che portano all'insorgenza del potenziale di azione, la fisiologia del sistema nervoso centrale e il funzionamento degli organi di senso, dei processi di apprendimento e della memoria. Nei laboratori della Stazione Zoologica di Napoli, nella sua biblioteca e nel suo clima di congresso scientifico permanente sono maturati i lavori e le intuizioni di venti premi Nobel.


NIENTE PI CHE AMICI

Insieme a loro ho capito che questa storia del genio era una clamorosa sciocchezza: avere amici speciali era meglio che avere qualunque tipo di genialit.
Se penso alla mia giovinezza ricordo che nella testa avevo sempre una voce che mi ripeteva frasi che non volevo sentire. Non ho bisogno di andare dallo psicologo per sapere chi fosse: era la voce di mia madre.
NON SEI CERTO UN GENIO, CLIVE, MA NON IMPORTA, IO TI VOGLIO BENE LO STESSO.
Se mi avessero dato una sterlina per tutte le volte che mia madre mi ha detto questa frase sarei stato milionario prima dei vent'anni. Invece mi arricchivo di insicurezze e sono cresciuto sapendo che se esisteva al mondo un modo di essere speciali non era certamente il mio. Non ero un genio, ero uno qualunque">
VAI A STUDIARE CON I FIGLI DELLA BUONA BORGHESIA, PREPARATI IL TUO POSTO NEL MONDO.
Mi mandarono a Cambridge perch grazie alle miniere di mio padre avevamo abbastanza soldi per pagare la retta, ma sapevo che tutte le ricchezze del sottosuolo non sarebbero bastate per comprarmi neppure un grammo di quel genio che mia madre avrebbe voluto vedere in me. Sembrava una trappola, il posto dove i sogni dei miei genitori si sarebbero trasformati nel mio incubo, invece  stata la cosa migliore che poteva capitarmi, anche se loro non potevano immaginarlo. Tra le mura di quella scuola e nelle attivit che le nascevano intorno ho incontrato quelli che sarebbero stati i miei amici per tutta la vita: Thoby Stephen, Lytton Strachey, Leonard Woolf, Maynard Keynes, Desmond MacCarthy e Duncan Grant. Insieme a loro ho capito che questa storia del genio era una clamorosa sciocchezza: avere amici speciali era meglio che avere qualunque tipo di genialit. A mia madre non l'ho mai detto, tanto non avrebbe capito.
TROVATI UNA RAGAZZA PERBENE, MODESTA E SILENZIOSA, CHE NON ABBIA GRILLI PER LA TESTA.
Dopo una vita di conformismo passata a cercare di farsi accettare come donna di classe dall'alta borghesia, una come mia madre non avrebbe mai potuto comprendere Virginia e Vanessa Stephen, nate gi cos tanto di classe da potersi permettere di non essere conformiste in nulla, anzi di spezzare tutti i canoni del perbenismo della Londra pi ricca e aristocratica. Erano due ragazze incredibili, una scrittrice geniale e una pittrice talentuosa, e insieme al loro fratello Thoby diventarono la famiglia che mi sarebbe piaciuto avere: aperta, libera, curiosa e stimolante. Quando conobbi il loro padre compresi da dove veniva quell'apertura. Vanessa poi mi disse che quando erano bambini lui li faceva giocare a scrivere un giornale familiare, un quotidiano solo per la famiglia Stephen, dove ciascuno di loro raccontava i fatti della giornata come se fossero notizie. Certa gente ha tutte le fortune.
TROVATI AMICI MODERATI, PERSONE CON I PIEDI PER TERRA, GENTE CHE SAPPIA STARE AL MONDO.
Avrei mai potuto spiegare a mia madre un uomo come Leonard Woolf, anche lui in ascesa sociale, ma per nulla impaurito dalla scalata e pronto a ogni sfida, anche la meno comoda, pur di essere all'altezza del suo rigore morale? Avevo avuto la fortuna di un amico cos e non lo avrei lasciato andare. Inizi tutto prendendo il t ogni gioved a casa di Thoby. Quando lui mor non smettemmo, anzi ci stringemmo di pi gli uni agli altri. Io sposai Vanessa, Leonard spos Virginia, invitammo gli amici a venire spesso a casa e da quel momento per tutta Londra diventammo quelli di Bloomsbury', una cosa speciale che nessuno sapeva spiegare, ma che tutti avrebbero voluto essere.
NON DARE CONFIDENZA ALLA GENTE, SII RISERVATO.
A Bloomsbury ci si dava un sacco di confidenza, pure troppa secondo le voci che correvano per Londra. Quei pomeriggi trascorsi insieme erano il posto in cui ci scambiavamo idee, discutevamo ferocemente delle nostre posizioni, arrivavano amici nuovi, nascevano amori e altri ne morivano, ma noi continuavamo a vederci, imparare, costruire cose nuove e avere stima reciproca. Il nostro concetto di fedelt non era quello del resto della citt: noi eravamo fedeli a noi stessi e molto affidabili gli uni con gli altri. Una volta stabilito questo, tutti i comportamenti erano consentiti, compresi quelli amorosi. Ci diedero dei depravati, ma  il nome con cui spesso le persone chiamano la libert che non hanno.
NON PERDERE TEMPO CON COSE FUTILI, DEDICATI A QUALCOSA DI PRODUTTIVO.
Vanessa e Duncan erano pittori eccellenti e si interessavano molto dell'arte altrui, oltre che della propria. Furono loro, insieme a Roger Fry, a far conoscere a Londra pittori come Picasso e Czanne. Virginia scriveva romanzi e articoli per molte riviste, Leonard faceva l'editor e insieme aprirono la casa editrice Hogarth, che pubblic nel Regno Unito alcune tra le opere pi significative del secolo. Lytton era un drammaturgo e le sue commedie facevano impazzire Londra. Solo Maynard sarebbe sembrato a mia madre una persona seria, che si occupava di cose concrete, perch faceva l'economista e aveva a che fare con i numeri e il denaro. Dico sarebbe sembrato', perch poi si innamor della ballerina russa Lydia Lopokova. Fu una cosa davvero poco seria agli occhi di donne come mia madre, ma port anche il balletto tra le arti che stavano sotto l'influenza del gruppo di pazzi che eravamo, innamorati della libert, della bellezza e della pace in tutte le sue forme.
RISPETTA LE LEGGI DEL TUO PAESE E SARAI SEMPRE RISPETTATO.
Quando scoppi la prima guerra mondiale tutti in apparenza la volevano, tranne noi e altri sedicimila inglesi, poco pi di un villaggio nell'immensit dell'impero britannico, che vennero trattati alla stregua di traditori della patria e codardi. Per noi era una scelta filosofica: da Bloomsbury per mesi avevamo scritto sui giornali contro l'ipotesi di iniziare un combattimento che avrebbe distrutto la vita di molte persone senza alcuna necessit. Eravamo convinti che ci fossero mille altri modi di risolvere i conflitti tra esseri umani, ma ci rendemmo conto che eravamo anticonformisti anche in quello. Praticammo l'obiezione di coscienza e la pagammo di persona, imbracciando le zappe per combattere quella battaglia nell'unico modo in cui potevamo farlo restando noi stessi: produrre cibo, non morte.
COSTRUISCITI DELLE SOLIDIT ECONOMICHE, CLIVE, CHE GLI AMICI E GLI AMORI VANNO E VENGONO.
Certo che l'ho proprio delusa in tutto, la mia buona madre ragionevole e prudente. Se l'avessi portata a Bloomsbury le sue massime da signora borghese non sarebbero durate pi del tempo per essere pronunciate, poi le avrebbero smentite i fatti. La nostra solidit dipendeva proprio dal fatto che tutto l dentro fluiva, amore e amicizia, intelligenza e forza, come il sangue che entra lento nel cuore e subito esce rapido per dare nuova forza a tutto il corpo. Quel muscolo portentoso e segreto produce l'energia da cui tutto dipende e noi ci siamo spinti a vicenda per quasi trent'anni, segnando le nostre vite e le nostre scelte professionali in modi impossibili da spiegare. Essere amici  questo: diventare il battito che spinge l'altro pi lontano di quanto potrebbe mai arrivare da solo. Aveva ragione mia madre, forse non ero un genio; ma quel battito io l'ho saputo vivere.


BLOOMSBURY GROUP

LONDRA 1905
L'amicizia e le relazioni sono fondamentali per lo sviluppo delle capacit delle persone, ma nelle storie esemplari di studiosi e artisti quasi mai queste esperienze vengono raccontate come fondanti o riportate per il loro giusto peso, anche perch l'esatta portata dell'influenza del gruppo sui singoli  difficile da calcolare. Il caso di Bloomsbury  forse il pi eclatante tra tutte le esperienze creative collettive, perch le persone che si sono incontrate per trent'anni tutte le settimane - a differenza di un gruppo di ricercatori o di una squadra sportiva - non inseguivano obiettivi in comune e non avevano alcun leader che imponesse loro di stare insieme e darseli. Visti da fuori erano certamente un'lite illuminata, ma senza una struttura gerarchica restavano comunque niente pi che un gruppo di amici. Eppure il potere di influenza di quel gruppo di amici condizion il dibattito pubblico inglese in anni cruciali, compresi quelli della guerra, e attraverso i singoli membri ag sull'editoria, sull'arte, sull'economia e sulla politica. Mai come nel caso di Bloomsbury  stato vero il proverbio dimmi con chi vai e ti dir chi sei'.
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FINE.
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RINGRAZIAMENTI.
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Nessuna storia  una storia solitaria e quella di questo libro non fa eccezione. Per questo ringrazio anzitutto due innocenti, Giovanni e Pietro, figli bambini della mia editor Francesca Manzoni, che si sono privati della madre per tre settimane affinch potesse lavorare con me alla chiusura di questo libro, probabilmente la cosa pi difficile che ho fatto nella vita dopo il consegnare cartelle esattoriali brevi manu. Mi sento grata anche a Michele Alberico, che mi ha convinta a rompere la narrazione machista della battaglia delle Termopili per restituirla al patrimonio dei miracoli collaborativi. Domenico De Masi andrebbe fatto santo da vivo per aver scritto L'emozione e la regola, dove gi nel 2005 dimostrava con chiarezza che la storia umana  andata avanti grazie ai gruppi creativi molto pi che ai solitari geniali. Eterna gratitudine a Chiara Repetto, che per farmi scrivere questo libro mi ha prestato la sua casa milanese in un momento in cui di casa non ne avevo un'altra. Fervente gratitudine va alla squadra dei creativi di The World of DOT: io li ho fatti impazzire con i miei ritardi di consegna e loro hanno fatto impazzire me con la loro pirotecnica visione del mio mondo. Ringrazio Paolo Bacilieri, che con la sua matita ha fatto volare le mie Streghe della notte molto pi in alto di quanto sarebbero mai riuscite a fare le mie parole. Infine ringrazio di tutto cuore il presidente Trump: le demenziali restrizioni del suo travel ban mi hanno impedito di ottenere il visto turistico per il mio primo viaggio negli Stati Uniti, regalandomi mio malgrado le due settimane di fermo che mi hanno permesso di finire il libro in tempo. Thank you, Mr President!
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Michela Murgia.
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Indice.
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Introduzione.
TUTTO IL SAPERE DEL MONDO.
Wikipedia.
PRIMO SECONDO TERZO.
Premiazione olimpica 200 metri piani.
SINFONIA BERLINESE DI LIBERAZIONE.
Caduta del muro di Berlino.
LA MUSICA DENTRO.
Coro de Manos Blancas.
LA MEMORIA  UN PANNO BIANCO.
Madri di Plaza de Mayo.
UN GENIO SOLO NON MI BASTA.
Macchina di Turing.
LEGARSI ALLA MONTAGNA.
Ulassai.
300.
Battaglia delle Termopili.
SETTANTA VOLTE SETTE.
Orchestra di Piazza Vittorio.
LE STREGHE DELLA NOTTE.
FELICE COME UN CINGHIALE.
Confino di San Domino.
UN ANGELO PER CAPELLO.
Meridian Elementary School.
TUTTO PER UN VOTO.
REFERENDUM CATALANO.
#ABBIAMOUNANAVE.
Mediterranea Saving Humans.
COME UNA BARRIERA CORALLINA.
Stazione zoologica di Napoli.
NIENTE PI CHE AMICI.
Bloomsbury Group.
The World of DOT.
Ringraziamenti.
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FINE.

